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Pane, salame e una maglia tricolore

Un pergolato dove si arrampicano i viticci dell'uva nera, vecchie sedie di legno buono, un bicchiere di vino e un po' di pane e salame. Il ciclismo di una volta. I contadini che lavoravano tutto l'anno si sedevano davanti a casa con la schiena rotta, rivolti verso la strada deserta e aspettavano. Aspettavano il passaggio dei ciclisti in sella alle loro biciclette ancora troppo pesanti. Era come il cinema, come la tv, era addirittura come una vacanza. Quel passaggio, quell' istante ha magicamente costruito i piccoli riti dell'attesa: sbocconcellare un panino, parlare e ridere di cose tutte diverse, tutti assieme. E' nato sulla strada il ciclismo, soprattutto in quelle che tagliano i campi e magari l'asfalto ce l'hanno messo dopo, quando non si poteva proprio farne a meno. I nostri campioni, quelli che hanno fatto parlare dell'Italia in tutto il mondo, sono nati qui, quando la bicicletta non gli serviva per vincere ma per andare a lavorare. Le albe azzurrine e gelate li hanno visti pedalare tra i viottoli delle loro campagne per raggiungere le fabbriche, le notti piene di grilli li hanno scortati verso casa, fino a che qualcuno li ha messi sulla strada a correre verso un arrivo vero. La maglia tricolore è stata un orgoglio da subito, da sempre, quando ancora era fatta di lana, aveva le taschine davanti e i piccoli bottoni che le tenevano chiuse si perdevano sulle strade polverose. Quando il bianco non era proprio bianco e assomigliava un po' al colore del gelato alla crema, quando di sponsor ce ne era uno solo e a volte nessuno. Era il 1885 quando un ciclista la indossò per la prima volta. Da allora, nonostante ci abbiano attraversato due guerre, quella maglia che porta i colori della nostra bandiera, è rimasta un sogno speciale per ogni italiano. Perché, come in ogni sport, anche nel ciclismo ci sono dei simboli che parlano all'anima e le maglie, certe maglie, non sono fatte solo di stoffa. Nelle trame dei loro tessuti si nascondono i sogni, si mischiano assieme al sudore. In questa qui che tra pochi giorni i ragazzi in bicicletta torneranno a contendersi c'è l'impronta indelebile della nostra terra: vestirsi di bianco, rosso e verde e portarlo sulle strade del mondo, sulle salite, ad ogni arrivo in gruppo o solitario, è qualche cosa di intimo e collettivo assieme. Il ciclista diventa un po' come chi sta a bordo strada avvolto nella bandiera ad aspettare il passaggio. Una birra e una linea bianca tra di loro. Italiani tutti e due, a piedi o in bicicletta. Funziona così, tra i tifosi: vogliono qualche cosa in comune con il loro campione per tenere stretto quel filo che viene intessuto sulla strada, quel rapporto strano e indecifrabile che c'è tra loro e si nutre di piccole cose impensate. Forse la maglia tricolore è una di queste. Una di quelle cose che si cercano in mezzo al gruppo e che riconoscono tutti: gli appassionati assidui e i tifosi dell'ultima ora. Una di quelle cose che attirano i ragazzini con i cellulari pronti alle foto da mettere sui social e i nonni armati di quotidiani sportivi sottobraccio. E' l'assalto a quello che risveglia la nostra appartenenza, le nostre radici che si inerpicano dovunque ma continuano a sussurrare la lingua di quello che siamo stati da piccoli.

Tra i meleti silenziosi delle valli trentine continua questo incanto. Avremo ancora un ragazzo in maglia tricolore da festeggiare che sul podio avrà gli stessi occhi lucidi di chi l'ha indossata prima di lui. E' la nostra storia, la più classica delle storie. Parla di noi, è sempre diversa ma ce la raccontiamo alla stessa maniera: stappando qualcosa da bere, affettando pane e salame, in perenne attesa con gli occhi rivolti verso la strada deserta.

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