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Pechino sbiadita

Quella andata in scena pochi giorni fa è stata la quarta edizione del Tour of Beijing, ma il rischio che diventi l'ultima è decisamente concreto. Al momento, l'unica certezza è che dal prossimo anno la corsa cinese non farà parte del calendario World Tour. Una decisione sostanzialmente giusta e accolta con sollievo dalla maggior parte del gruppo e delle squadre che vedevano la trasferta cinese come un'appendice inutile se non addirittura dannosa della loro stagione.

Nato nel 2011 con l'avallo dell'UCI e dell'ex Presidente Pat McQuaid in persona, spinto dalla voglia di espandere il ciclismo verso paesi emergenti ma anche da affari di famiglia visto che suo figlio David, è tra gli organizzatori dell'evento. Questa corsa cinese, unica prova WT del calendario asiatico, è subito assurta ad un ruolo troppo importante per le sue potenzialità, basti pensare che per farle spazio, dal 2012 è stato spostato il Lombardia, una classica Monumento che da sempre chiudeva la stagione del grande ciclismo. Per rendere appetibile e presentare al meglio l'evento cinese, l'UCI si è avvalsa della collaborazione di ASO, la società che organizza il Tour e di conseguenza l'organizzatore mondiale più importante.

Sin dalla prima edizione, la presenza nel World Tour ha portato in Cina le squadre migliori e un buon numero di campioni, ma nonostante le vittorie di corridori come Tony Martin e Philippe Gilbert, due campioni del mondo, la corsa non ha mai fatto breccia nel cuore degli addetti ai lavori e dei tifosi.

A rendere dura la vita a questo progetto espansionistico, che in caso di successo sarebbe andato a discapito del movimento europeo, si sono messe anche le condizioni ambientali con l'eccessivo smog della capitale cinese che ha spesso fatto storcere il naso ai corridori senza però condizionarne troppo la gara, visto che fino alla seconda tappa di quest'anno, mai lo smog aveva influenzato il risultato finale e invece stavolta le difficoltà dei corridori e i problemi respiratori che hanno colpito più atleti, hanno indotto gli organizzatori ad accorciare una frazione e questo ha influito sul risultato finale favorendo la vittoria di Philippe Gilbert.

Con la chiusura di questa gara che non può essere un bene per il movimento ma nemmeno una sciagura, almeno per un po', complice anche l'atteggiamento diverso del nuovo presidente Cookson, dovrebbe essere accantonato il progetto di indebolire le corse in quei paesi come Italia e Spagna che attraversano una difficile congiuntura economica ma che fino ad oggi hanno scritto la storia del ciclismo. Non può essere infatti un caso che il Giro di California e le classiche canadesi (Québec e Montréal) siano state messe in concorrenza con Giro e Vuelta e poi il Giro di Pechino con il Lombardia e con la parte finale di un calendario italiano sempre più in difficoltà.

Le vicende del Giro di Pechino dimostrano che anche in questo ciclismo sempre più globalizzato e spinto verso il nuovo che avanza (a patto che sia ricco), non basta la volontà della federazione e la presenza di un organizzatore come ASO per rendere appetibile e dare rilevanza ad una gara. Tant'è vero che la creazione di questa corsa non solo non ha portato dividendi per nessuno ma ha costretto la stessa federazione a ripianare le perdite.

Nessuno ha digerito la forzatura dell'UCI di imporre questa corsa come un grande evento pur non avendone né la storia né le potenzialità per diventarlo e poco centra il fatto che parliamo dell'Asia, un continente senza grossa tradizione ciclistica, perché anche in questa parte del mondo ci sono corse seguite da media e tifosi e apprezzate dai corridori come la Japan Cup ormai da anni una sorta di vera e propria classica di fine stagione per la sua collocazione in calendario e per tutta una serie di eventi di contorno.

Il fallimento di questa corsa ci dice, per fortuna, che in uno sport fortemente legato al suo passato e ai suoi ricordi, la tradizione, la storia e la passione dei tifosi conta ancora qualcosa e sicuramente l'UCI nel futuro dovrà tenerne conto.

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