Free shipping within Europe and Switzerland

  • Italiano
  • Inglese

Per un giorno soltanto

Lo vedi negli occhi dei bambini belgi cosa vuol dire, che cos'è il Giro delle Fiandre per chi è nato qui. Non è una corsa, non è una festa. E' la Ronde. E basta. Ti accorgi che questo è un sogno di cui tutti vorrebbero almeno una briciola, è la mattina della domenica, è la gente tutta lì per una tradizione che ha radici troppo profonde, ha le stesse radici che pompano sangue fino al cuore. Non puoi spezzarle.

Oliver Naesen è nato a Ostenda, sul mare del Nord, nelle Fiandre Occidentali. Il Geraardsbergen è la leggenda. Che anche a novanta chilometri di distanza dal traguardo è riuscito a spiegare, in pochi istanti, che lui rimane il re di questa corsa. Indiscutibilmente. Con la sua chiesa a vegliare sui passaggi, con i suoi sassi sconnessi che sembrano piccoli gradini di una scalinata verticale, breve eppure infinita. E' qualcosa di disperato che da coraggio. Strano. Come molte cose del ciclismo. Sarà per questo che Oliver Naesen si è aggrappato alla ruota dei favoriti. Di Van Avermaet, di Sagan, di Gilbert. Sarà per questo che non si è chiesto nemmeno un momento se avesse potuto farcela o no, se novanta chilometri con altri muur spacca ossa non fossero troppi per resistere. Per poter resistere fino alla fine. Forse saper cogliere l'istante giusto è un dono, un'ispirazione. Né troppo presto, né troppo tardi. Quello era il momento per non lasciar scappare un'occasione. E le occasioni sono tutto, specialmente al Nord, dove due metri possono contare come dieci chilometri. Mai una distrazione e fiducia cieca nell'istinto, quello buono, che non tradisce. 
Certo che non è facile stare a ruota e dare i cambi con quel ritmo, certo che non è facile pensare che Gilbert è volato via e bisogna andarlo a riprendere altrimenti son grane. Ma essere lì, essere il cuore della corsa, anche solo per un giorno, nel posto dove avresti sempre voluto essere, è già un pezzo di mondo, forse persino tre quarti. 
Che poi non tutto dipende da noi è una lezione che questo sport insegna come fa la vita, a volte peggio, a volte meglio. Basta un attimo qui, basta un secondo, una transenna o che altro presa dentro mentre cerchi di evitare il dolore, e perdi tutto o quasi. I sassi fanno male anche così, a terra coi secondi che scorrono, incastrato con la bici per metà e ancora il tempo che passa. E anche se risalti in sella appena puoi, non importa come o perché, certi gap non si possono ricucire. Gilbert se ne va da solo verso il suo trionfo e loro inseguono, non c'è niente altro da fare che inseguire fino alla fine. 
Oliver Naesen è nato sul mare del Nord, in terra fiamminga. Continua ad essere il cuore della corsa anche adesso, che non ci son più speranze di giocare. Che i giornalisti si preoccupano di Van Avermaet, di Sagan e delle bestemmie in diretta, che per loro i nomi poco masticati fanno in fretta a spegnersi, è facile dimenticarli in mezzo al tutto.    
Al traguardo resta il suo ginocchio lucido di sole e sudore nella luce del pomeriggio, il rivolo di sangue secco che scende fino al polpaccio. Si sta scrostando, sembra una cosa da nulla ma non lo è stata.

E' sempre così, per quelli che sono abituati a far diventare tutto delle briciole di felicità. A volte basta persino esserci andati vicino. Basta per dire che non hai sbagliato a sognare troppo in grande. E non importa se questa volta ci ha messo lo zampino la sfortuna. Ora sai quello che devi fare, che bisogna andare fino in fondo.
Restare così vicino, anche solo per un giorno. A volte basta. Basta per capire che cosa riusciamo a fare con le nostre forze, quando non ascoltiamo i limiti.

Subscribe now to our newsletter!