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Peter Sagan: "Io sono leggenda"

Quante cose sono state dette su questo Mondiale. Eppure è riuscito ad essere una delle corse iridate più interessanti e vispe degli ultimi anni. Quante cose sono state dette su Peter Sagan. Eppure è riuscito a riprendersi ancora quella maglia, proprio come un anno fa. E in un modo assolutamente imprevedibile,come da copione. Il suo, precisamente.
Lui è sempre lo stesso. Stesso sorriso un po' storto, stessa espressione di uno che la fa facile in tutto. E' attitudine. Quando dietro il podio stringe la mano a Tom Boonen sembra un Gesù Cristo allegro per l'avvenuta moltiplicazione. Niente pesci ma un Mondiale. E docce di champagne per quelli della ex Bora che si tengono in casa l'arcobaleno. 
Forse esistono rari periodi in cui tutto si incastra alla perfezione. Anche per Peter ci sono stati giorni neri ma lui non l'ha mai dato a vedere. Il secondo posto brucia a tutti, figuriamoci a uno che è abituato ad arrivare primo e si divertiva anche a pensare ad un'esultanza diversa per ogni vittoria. Ma lui, a differenza di quelli che sanno solo commentare trionfi, l'ha sempre presa con filosofia. 
E' una corsa, in fin dei conti, no?
E lui è pur sempre Peter Sagan, uno senza peli sulla lingua. Che va bene così, va bene quando non si prepara i discorsi. Perché è valso di più un 'He's my brother, he risked his life for me' in prima battuta quest'anno che la dedica al mondo dove succedono troppe cose brutte dell'anno scorso.
Il ciclismo non ha bisogno di molte parole per essere vero, la fratellanza che c'è sulla strada è abbastanza. D'altronde  anche Sagan lo sa. Tutto quello che di memorabile ha fatto fino ad ora l'ha fatto seguendo l'istinto. E quale insegnamento migliore di questo? Una dimostrazione autentica a tutti noi che cerchiamo di contenere tutto, di resistere ai richiami del cuore, con la strana convinzione che la razionalità costruisca il futuro. 
Beh, Peter non ha sbagliato niente, come al solito. Non ha sbagliato neanche a fidarsi di sé stesso negli ultimi quattrocento metri. In quella volata nessuno sarebbe passato a destra. Troppo vicine quelle transenne, troppo rischioso, roba da farsi il segno della croce. Ma si sa che prima della linea bianca di sacro c'è ben poco, anzi. 
Non c'era neanche tempo di chiedersi se fosse giusto o no, se andasse bene oppure male. C'era quell'unico varco per arrivare alla linea. E lui ci è passato. E ha vinto. A suo modo, rischiando, sbriciolando l'ansia di dover bissare il titolo, se mai ci fosse stata. 
Con questo non significa che gli altri siano stati da meno. Questo sport non è un divario tra vincenti o perdenti. Il ciclismo è quella stretta di mano tra Sagan e Boonen, la prima, quella subito dopo l'arrivo. Con ancora addosso tutta l'adrenalina, il caldo, il sangue troppo veloce nelle vene. Una cosa che ne definisce appieno l'anima, la fatica condivisa, la nobiltà di riconoscere il valore altrui, senza gesti troppo eclatanti. 
Perché così è la bicicletta. Semplice e profonda e vera. 

Adesso Peter Sagan può dirlo, forse. Con quel suo solito sorrisetto, con la sua solita nonchalance. Può dirlo in italiano, che è la lingua che ha imparato per prima, dopo lo slovacco: Io sono leggenda. 
Nemmeno il deserto potrebbe contraddirlo adesso.  

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