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Più veloce di così

Sonny Colbrelli lo sa già, è una di quelle cose che si imparano col tempo o forse subito. D'altronde per un ciclista ascoltarsi è tutto. Non si ottiene niente se non riusciamo a capire chi siamo, ma soprattutto per cosa viviamo. 
Beh, per alcuni la pioggia è un limite, per altri una benedizione. Lui con l'acqua non si è mai lamentato, anzi. Nessuna paura del freddo o dell'asfalto scivoloso. 
I velocisti non dovrebbero avere limiti, anche se è difficile pensare di non frenare o di non rallentare quando sfiori una transenna a sessanta all'ora solo perché hai provato ad uscire dal lato sbagliato. Solo perché hai rischiato. Fa parte del gioco, dicono. I velocisti lo sanno, che la loro corsa si decide con la pazienza prima e con il coraggio poi. Pochi metri per dare tutto dopo che si è già dato molto. Pochi metri per illudersi di avere le ali, un colpo di reni, qualsiasi dannata cosa che ti porti un po' più avanti, che non ti lasci il tempo di pensare ai gomiti degli altri che ti sfiorano, ai manubri così vicini e così oscillanti e così vicini. Qualsiasi cosa che ti dia la forza di essere più veloce, anche di un soffio. A volte basta.

Forse Sonny lo sapeva già, che la pioggia lo rende più forte, come un'arma segreta, come la kriptonite al contrario, usata contro gli avversari. Che già dividere la volata con Degenkolb e Demare non è mai semplice, finisce che ti chiedi se c'è il posto e la ruota giusta da seguire, finisce che ti chiedi troppe cose e che poi ti fidi istintivamente di quello che conosci: te stesso, le tue gambe. 
E non importa se il rettilineo è infinito e sporco di quello che l'acqua tira su dall'asfalto, non importa se potresti anche non farcela perché magari sei partito lungo e forse gli altri si sono tenuti lo sprint per fregarti all'ultimo.  E non fa niente se per stare aggrappato a quei metri ti dimentichi persino chi sei, è questa la regola per rompere i limiti, quella specie di incantesimo che succede quando smetti di pensare che ci sono delle briglie, che più veloce di così non puoi andare. 
Ogni ciclista sa che quella è una trance benefica. Ti permette di non sentire più niente a parte la velocità e l'adrenalina. Ti permette di concentrarti sulla linea bianca, di continuare a vederla anche con il respiro degli altri addosso, anche con la paura di perdere tutto in un secondo.

Ecco di cosa sono fatti gli istanti. Così li senti quasi in gola insieme a i battiti. Che poi dopo il traguardo ritorna tutto e il vortice ti sballa, piangi perché per metà sai quello che hai fatto, una specie di volata da leggenda. Per metà forse te ne devi ancora rendere conto.
Sì, qualcuno dice che è solo una corsa, solo una bicicletta. Ma i ciclisti sanno che ogni sprint è un confine da attraversare per continuare il viaggio, per non dimenticare mai che si può sempre andare più veloce. Più veloce di così. 

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