Truly Made in Italy

  • Italiano
  • Inglese

Rest day

E così ci siamo. Questo è l'ultimo giorno di riposo. Questa è la porta per le Alpi. Le ultime salite e poi Parigi. L'Alpe D'Huez, ultimo giudice di una corsa strana. Troppo calda, troppo faticosa, forse figlia di un errore: quello di contare esclusivamente sulle punte di diamante schierate dalle squadre. Combinare innumerevoli salite con i big del ciclismo mondiale poteva significare solo puro spettacolo. E così non è stato. Perché, appena crediamo che questo sia uno sport pianificabile a tavolino, lui ci rimette in riga: l'umanità prima di tutto.

Questo è l'ultimo giorno di riposo. E c'è una maglia gialla dal sorriso buono che deve sopportare le solite illazioni. Chris che si è preso il Tour in una tappa e qualcuno non glielo ha perdonato. Perché?
Questo non è uno sport cattivo, non puoi essere cattivo con la fatica o con la sofferenza di chilometri in giornate dove l'asfalto scioglie le gambe. Qui si impara la solidarietà. Come quella del tifoso che ha chiesto a Nairo Quintana di potergli versare un po' d'acqua fresca sul collo e lui ha detto sì con la testa. Un gesto appena accennato. Nairo impassibile che forse sta per ruggire. Che passa una delle sue barrette ad un motociclista. Così è il ciclismo: c'è sempre qualcosa che tocca l'anima, anche durante le ore tutte uguali.
Questo è l'ultimo giorno di riposo. E c'è Peter Sagan che ora chiamano l'eterno secondo. La vita capovolge tutto in poco tempo e forse è solo per darti una lezione. Ora che è tutto meno facile, Peter prodigio deve ricominciare ad ascoltarsi dentro, a capire come vincere ancora. Ora che i traguardi sono così imprendibili, ritorna la voce del cuore. Perché siamo più forti solo quando sappiamo di essere deboli, abbiamo più coraggio da regalare. Lo sanno tutti che le vittorie insegnano solo la felicità, il resto lo impariamo dalle sconfitte.
Questo è l'ultimo giorno di riposo è c'è l'Africa commossa non solo perché Daniel Teklehaimanot si è tenuto per un po' quel simbolo indiscutibile che è la Maillot à Pois ma anche perché Mandela ha regalato un piccolo miracolo nel giorno della sua nascita. Una vittoria che vale cinque. Anzi, cinquemila, come i bambini che andranno a scuola in bici, grazie alla Qhubeka.
Cinque sono i giorni di corse che mancano a Parigi. Ci stanno tutti in una mano. E voleranno via, come sono volati questi strani giorni di Tour.
Questo è l'ultimo giorno di riposo e ci sono quei sette minuti e quarantanove secondi sulle spalle di un italiano con il dorsale numero uno. Da Vincenzo ci si aspettava tutto. Le azioni, la maglia, il bis, il nostro inno di nuovo a Parigi. Perché certe emozioni belle le vorremmo rivivere cento volte, per cento anni. Ma nessuna stagione assomiglia all'altra. Quello che ogni stagione ci chiede è di trovare il motivo per cui ricordarla. E per questo basta un solo passaggio in montagna. Un grido, un sorriso, una borraccia rotolata nell'erba, un saluto in silenzio. Qui le piccole cose diventano grandi.

Questo è l'ultimo giorno di riposo e le tre settimane di Tour scivolano come la pelle lucida tra le mani profumate del massaggiatore, si mischiano ai pensieri del tardo pomeriggio sul lettino bianco dopo un'altra giornata di caldo. Sì, perché non si smette di pedalare nemmeno durante il rest day. Ci si rilassa quel tanto che basta con i fili ancora collegati alla corsa, a domani e al giorno dopo ancora.
Ci sono le Alpi, là fuori. Parigi, in fin dei conti, è ancora lontana.

Subscribe now to our newsletter!