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Richie Porte, il Tour e le terre del Delfino di Francia

Dicono che chi vince il Critérium au Dauphinè diventa il predestinato ufficiale al trono del Tour de Francesugli Champs Elysees. Richie Porte l'ha quasi vinto. Ed è quel quasi che forse ha l'aria di voler sovvertire i piani. Perché quella delle terre del Delfino di Francia è una scacchiera antica, dove i pezzi si muovono in funzione di un gioco più grande. La Grandeur.

L'Alta Savoia è un paradiso fuori dal mondo, i colori sono quelli, così sfacciatamente netti: il blu senza sbavature del cielo, le montagne e i prati verdi nella luce abbagliante dell'alta quota, delle strade semi deserte che portano ai passi dove c'è il vento che piega in due. Se l'hai vista una volta, allora la riconosci anche solo da un fotogramma. Richie Porte ha la maglia, è stato brillante fin qui, fino a questo Col de la Colombiere che ha tutti gli incanti di questa parte di regione. E' stato brillante fino a che ha potuto, contro quel suo solito maledetto dieci per cento che gli manca per chiudere il cerchio, per puntare più in alto di così. Non è facile quando hai la maglia sulle spalle, non è facile quando magari ti hanno detto mille volte cosa dovresti fare e non lo fai. Un po' perché in corsa è tutta un'altra cosa, ci sono le gambe che zittiscono tutto il resto, a volte anche la ragione. Ma il ciclismo ti insegna a resistere anche quando non capisci più niente, ti impone di trovare la soluzione mentre sta per crollare tutto, è quello il punto d'incontro, il momento in cui il solo barlume di lucidità è anche il più vero e intenso che esista. Forse Richie ha pensato a quel suo dieci per cento quando si è visto passare tutti quanti davanti, le schiene dei big, quelli che lui stesso doveva controllare, quelli a cui non avrebbe regalato la maglia nemmeno se gli avessero sparato.
Forse ha pensato che la sola lucidità che insegna la montagna è non smettere di soffrire e allo stesso tempo continuare a pedalare. Così tante volte non siamo riusciti a restare fermi nell'occhio dell'uragano, così tante volte ci siamo lasciati prendere dalla smania di programmare ogni cosa, di rispettare una scaletta di priorità che con il tempo si sono rivelate sbagliate o inutili. A volte basta poco per risolvere tutto. A volte basta solo continuare a crederci. Farcela o no è solo una cosa che appartiene a chi giudica i risultati senza vie di mezzo: conta il viaggio, conta come lo hai affrontato. 
Così Richie non si è fermato, cullato dalle storie delle grandi rimonte, se li è rimangiati tutti, tutti quelli che avevano formato quel  vuoto che sembrava incolmabile. Non si sa come, forse non lo sa nemmeno lui. Una lotta solitaria e costante, come vuole questo sport in cui è lecito sprofondare e riemergere in una manciata di chilometri infernali. Come vogliono le storie in cui c'è sempre una morale, il riscatto dell'eroe, la giustizia di quel piccolo don Chisciotte contro quei mulini a vento dispersi per la montagna. 

Ma non è bastato. A riprendere Fugslang esultante, a colmare quel divario. Non è bastato. Nessuna rimonta, nemmeno una da leggenda, è servita a salvare la maglia. Non è bastato Richie, come tante altre volte in cui la morale non serve a niente, in cui vorresti chiudere tutto il mondo fuori e devi per forza far finta di sorridere. Che poi non c'è da domandarsi se questi sforzi inutili valgano la pena in fondo, c'è solo da chiedersi se siamo disposti a tentare il tutto e per tutto per quello che amiamo. Se la risposta è sì, allora la scacchiera è di nuovo vuota, un'altra partita, un altro gioco. C'è il Tour de France là fuori, i pezzi si possono rimettersi in posizione. 
I re ben protetti e i cavalli, per favore, senza briglie. 

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