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Scusi, ha una lista partenti?

Il ciclismo è uno sport che ha le sue abitudini, i suoi personaggi, i suoi ritrovi. Alcune costanti si ritrovano sempre, ad ogni corsa, ad ogni partenza, ad ogni arrivo. Una specie di canovaccio già scritto dove si svolge una trama sempre diversa che mantiene riti immutabili, nel tempo e negli anni.

Alcuni non sono stati scalfiti nemmeno dall'arrivo delle nuove tecnologie.

E' giovedì mattina e a Laigueglia c'è il sole che fa luccicare il mare azzurro delle prime ore del giorno. I ciclisti sono ancora sui pullman anche se la gente brulica già attorno alle biciclette esposte. In sala stampa c'è un via vai di signori coi capelli bianchi, in divisa da ciclista. Entrano facendo rumore coi tacchetti sul pavimento di cemento e vogliono tutti la stessa cosa: la lista partenti. La chiedono e poi la ripiegano quattro o cinque volte, ne fanno un quadratino come un fazzoletto e se lo mettono in tasca. E' una cosa fondamentale: i nomi dei corridori, i loro numeri. E' per tenere tutto sotto controllo, cercare i ragazzi con i quali complimentarsi, capire chi mai sia un ciclista guardando il numerino sulla schiena.
Anche se con uno smartphone è fin troppo facile trovare una startlist e consultarla, la lista partenti rimane uno strumento incrollabile. Usata, ripiegata, stropicciata, inumidita, consumata, resta una piccola bussola di orientamento.
Qualcuno sottolinea i nomi, quelli da tenere d'occhio, con una biro che si è portato da casa. In partenza, vicino al foglio firma, li ritrovo intenti a fermare qualche ciclista, gli stringono la mano, gli augurano in bocca al lupo, gli ricordano quell' azione in una lontana gara che magari è vera o magari è proprietà di un altro ma la confusione dei ricordi li intreccia tutti insieme. Loro sorridono. Sanno che il tifoso di questo sport è così: ha bisogno di una lista partenti, non sa a memoria tutte le formazioni, ma ha un affetto immutato e genuino per tutti e ancor di più per quelli che han visto in televisione in fuga. La fuga, quella sì che è il prestigio. Forse più di una vittoria.
Girano portando le biciclette a mano e questa lista di riconoscimento, da usare anche in corsa, quando ai piedi di una salita vedranno qualcuno scattare. Serve il numero per sapere il nome e gridarlo a gran voce: se sarà straniero forse uscirà un po' stropicciato, mischiato al dialetto e al francese, che son due lingue che si somigliano, almeno in Brianza, in Liguria non lo so. Se sarà italiano forse lo urleranno un po' più forte perché il patriottismo è duro da tener buono durante un'azione.
Servono quei nomi tutti incolonnati che magari per leggerli bisogna tirar fuori gli occhiali. E si sgranano gli occhi quando si incontrano cognomi tipo Moser. Figli o nipoti dei grandi che hanno visto correre dal vivo, sulle strade o nei velodromi, una manciata di anni fa. Sembra un filo da ricollegare, nuovi nomi da cercare.

Anche questo fa parte della strana poesia del ciclismo. Tifosi che passano e si fermano perché lì ci sono le biciclette, ci sono quelli che fanno i professionisti e magari hanno realizzato il loro stesso sogno, quello di quando anche loro avevano vent'anni. O forse è solo perché la bicicletta gli è stata compagna di una vita e quei ragazzi che sulla bici vivono, vincono, sudano, sono gente famosa alla quale si può stringere una mano e poi raccontarlo per una settimana intera, sempre uguale e sempre diverso, agli amici del bar: aprire il quotidiano sportivo, vedere una foto, e dire che quello lì, proprio quello lì, lo si è ha visto all'angolo tra il fruttivendolo e l'edicola.
Ecco perché, nonostante tutto, questo è uno sport dove le emozioni non si dimenticano. Tutto si vede da vicino, si tocca con mano. Basta che l'entusiasmo sia vero, anche senza memoria, va bene lo stesso. Tanto c'è la lista partenti. Mappa stropicciata per orientarsi in questo mare d'asfalto con le vele in carbonio. Alla fine, tra tutte queste nazionalità e questi numeri, basta un sorriso e una parola detta con affetto per capirsi.

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