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Senza fine

Milano.
Prima il suo cielo bianco e poi un raggio di sole. Di solito, sopra la proverbiale nebbia che poi è più leggenda che altro, brilla la Madonnina.
Qui, su Corso Sempione senza macchine, brilla anche il Trofeo Senza Fine. Alberto Contador lo tiene tra le mani, lo alza verso il cielo: un luccichio che tutti possono vedere, anche quelli che sono lontani, persi nella gente che invade quell'angolo della città. Fino a che gli occhi possono giungere, un mare di gente. Senza fine.
Come le emozioni mischiate alla fatica, le vittorie nette e quelle non conquistate per una frazione di attimo, la linea bianca, le schiene degli avversari dopo una zampata che non hai saputo reggere. Le cadute, i risvegli nonostante tutto, nonostante la stanchezza taciuta, la sfortuna evidente. La felicità e le critiche e poi ancora la felicità. Di aver vinto o semplicemente di essere arrivati. Il ciclismo ha troppi punti di vista, non si riuscirebbe ad elencarli tutti. Uno per ogni anima che la bicicletta ha trasformato.
Senza fine. Questo Giro, una fine ce l'ha ed è qui dove gli alberi sopra il palco delle premiazioni si tengono un po' di quei festoni rosa della festa. Brilla il trofeo, strada dorata, incostante, arrotolata, cattiva. Che non finisce mai davvero.
Brillano lucidi i nomi che sono stati re ma lì, su quel piccolo uragano, sono incisi i sogni di tutti quelli che hanno pedalato per questo lungo viaggio. Tre settimane e poi Milano. Strada d'oro e strada d'asfalto che è amica del destino, a volte buono, altre no.
Senza fine. Non hanno sbagliato a chiamarlo così. Perché davvero il ciclismo è un posto per zingari esperti che sanno consultare le stelle.
Senza fine è questo sport che per tutti ha qualcosa, anche qui, dove il vincitore è uno. Una pacca sulla spalla, una carezza, l'amore della gente, un bambino che guarda con gli occhi lucidi.
Abbraccio senza fine. Milano ai suoi ragazzi. Tutti.
Strada che passa e non dimentica mai.

Alberto Contador bacia il suo Trofeo tra l'ombra e la luce di questo ultimo pomeriggio di maggio. Ultimo per tutto. Poi sarà casa. Per lui, per Alberto questo è uno strano paradiso disordinato. Le braccia premurose di un porto dopo tre settimane di tempeste.
Alberto, Alberto, Alberto.
Gridano. Proprio come quando doveva combattere contro l'incubo della spalla sublussata e non poteva alzarsi sui pedali. Proprio come quando saliva da solo sul Colle delle Finestre e tutti dicevano che la crisi era arrivata, che non poteva risparmiare nessuno. I suoni nel ciclismo sono sempre gli stessi. Come l'affetto: immutato. C'è lo stesso sostegno, lo stesso coraggio.
Nella buona sorte e in quella cattiva. Ogni volta, senza fine.

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