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Sep Vanmarcke e la sensazione di non essere mai abbastanza

Ci sono amori a metà che non saranno mai un intero. C'è sempre chi ama di meno, chi è disposto a rinunciare e chi no. Forse è ingiusto perché se l'amore è libertà, allora le catene dovrebbero essere lasciate fuori. Ma chi può dire qual è il legame che l'esistenza attorciglia attorno a due anime?

Di Sep Vanmarcke mi ricordo nitidamente una foto alla vigilia di una Parigi-Roubaix. L'aveva postata su Instagram. Lui addormentato su un letto di pavè. Mi pare che la didascalia dicesse qualcosa come: 'Speriamo di fare bei sogni e realizzarli
Ogni volta penso a quella foto.
E al destino che forse Sep si sente addosso. Un po' come tutti i belgi, ragazzi del Nord abituati ai tramonti freddi e caldi di qui. Alla dolcezza delle campagne in silenzio e delle sue strade. Abituati all'orgoglio di dire che la primavera si corre in casa. A casa.
Lui ha vinto la Omloop Het Niewsblad nel 2012 e sembrava l'inizio di tutto. Sempre lì, in ogni corsa, in ogni fuga che avesse il pavè. Eppure niente è mai stato abbastanza. Un amore a metà sul quale i giornali non scrivono quasi mai. Perché di stelline non ne ha mai cinque, a volte nemmeno quattro. Perché avrà anche un nome che ricorda i Muur, le gambe che lo fanno stare con i migliori, la tempra asciutta e spregiudicata che serve per queste strade. Ma sull'ultimo gradino del podio, da quella Omloop, non c'è più salito.
A volte mancavano pochi chilometri, altre pochi metri. Mai abbastanza per arrivare primo. Non per dimostrare qualcosa agli altri, il ciclismo non è fatto di queste cose. La gente ti ama e ti sostiene ma sulla strada lotti da solo. La soddisfazione di arrivare primo e basta. Niente altro. Di buttare via tutte le frustrazioni di un bene frammentario, delle pietre che forse non l'hanno completamente capito.
Forse perché Sep è un personaggio silenzioso, apparentemente calmo come i suoi occhi azzurri e la sua espressione buona. Forse perché a volte manca davvero così poco che quel poco si trasforma in un muro invalicabile.
Alla Ronde numero cento il copione è stato simile agli altri. Sagan, Cancellara e lui. Terzo gradino. Di tutto rispetto, ci mancherebbe. Davanti a certi mostri sacri bisognerebbe essere orgogliosi di sé stessi. Forse Sep lo è, forse per lui conta divertirsi più di tutto. Sentire l'adrenalina correre più forte lungo i muur, le urla della gente che si piega sulle transenne, l'odore di birra, di terra, di sole, di silenzio che si trasforma in rumore assordante.

Non si può mai indovinare cosa passi nella mente di un corridore, forse è un po' presuntuoso pensare di saperlo. Di sicuro un belga sente davvero nel profondo il richiamo del Nord. Sa che lì il ciclismo è il cuore di tutto. Sep non fa eccezione. E se anche questa Ronde non è stata abbastanza, la campagna del Nord non è finita. Anche se quel muro invisibile sembra sempre più alto, questo sport ha dimostrato tante volte che basta poco per buttarlo giù. Non so cosa serva esattamente. Le gambe, la fiducia, il destino che corre con te.
Anche se le pietre sono state di nuovo spigolose e un po' crudeli, ogni weekend di primavera ha il suo carattere. Ogni giorno di corsa sceglie per sé.
Ad ogni partenza si ricomincia da capo e il ciclismo ti da sempre questa sensazione che, forse, alla fine è vera: esistono certi giorni in cui la fatica e i sogni bastano. E per quando questi giorni verranno, dovremmo essere lì davanti. Dovremmo essere pronti per il momento in cui finalmente tutto questo stringere i denti sarà stato abbastanza.

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