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Stagione delle Classiche, questa volta senza spettacolo

Con la Liegi si è chiusa la stagione delle classiche, e prima che l'attenzione si sposti sulle corse a tappe con Giro, Tour e Vuelta che ci daranno modo di discutere fino alla fine della prossima estate, c'è da fare un bilancio su quanto abbiamo visto.
Com'era abbastanza prevedibile, nel passaggio dalle corse del pavé a quelle ardennesi, abbiamo assistito ad un radicale cambiamento dello spettacolo e dell'andamento delle corse. Tirando le somme, tra muri e pavé abbiamo goduto di un ottimo spettacolo. La Roubaix è stata la massima esaltazione di queste corse, ma anche ad Harelbeke, Gand, Fiandre e le altre corse minori abbiamo visto i big in prima linea e i grossi calibri muoversi ben lontano dal traguardo. Il tutto per una serie di corse - dove i tatticismi sono stati messi da parte - aperte e incerte fino alla fine. Per come c'eravamo abituati negli ultimi anni, i recentissimi Fiandre e soprattutto Roubaix sono stati un'autentica manna dal cielo, una roba che aspettavamo da tempo e che resteranno a lungo  nella nostra memoria.

Discorso completamente diverso per le classiche delle Ardenne, dove tra Amstel, Freccia e Liegi abbiamo assistito a corse aperte ed incerte fino alla fine ma solo perché fino agli ultimissimi chilometri '“ tra tatticismi esasperati e marcamenti vari - non è successo nulla di interessante, con i tentativi d'attacco importanti che si contano sulle dita di una mano.
A deludere è stata soprattutto la Liegi, che tra le tre è sicuramente la più ambita e la più difficile. A vivacizzarla non è bastato nemmeno il clima polare e l'inserimento di una nuova côte, la Rue Naniot, dove si è sostanzialmente decisa la corsa con l'attacco di Albasini.
Ormai è qualche anno che queste corse seguono questo canovaccio ed lecito aspettarsi che qualcosa possa cambiare nei prossimi anni. Gli organizzatori hanno già provato a modificare i finali delle gare, l'Amstel ormai da qualche anno non termina più sul Cauberg; alla Freccia, dallo scorso anno, è stata inserita una nuova côte prima del muro finale di Huy, ma a parte quella di Tim Wellens, non ha stuzzicato la fantasia di nessuno. Come detto, da quest'anno anche la Liegi ha modificato il suo finale, con l'inserimento della côte de Rue Naniot.

Questa nuova côte - come dimostrato dall'azione di Albasini, che ha portato via il quartetto che poi si è giocato la corsa - può sì risultare decisiva, ma non è bastata a ridare vigore ad una corsa che fino a  qualche anno fa era bellissima e che oggi è una lunga processione fino agli ultimi chilometri. Lo spauracchio di questa nuova côte, non ha fatto altro che addormentare ulteriormente la corsa e rendere sostanzialmente 'inutili' Roche-aux-Faucons e Saint-Nicolas, dove non abbiamo visto nessuna azione degna di nota. Vedere una corsa del genere, vivere nell'attesa degli ultimi tre chilometri è un po' come svuotarla della sua stessa anima.
Ormai è un fatto assodato che la presenza di muri e côte negli ultimissimi chilometri, tende a scoraggiare le azioni da lontano e ad aumentare l'attendismo, quindi un'idea potrebbe essere quella di spostare indietro le difficoltà maggiori, ma una ricetta che assicuri lo spettacolo non esiste, perché alla fine sono sempre i corridori a fare la corsa e oggi soprattutto per le prove delle Ardenne, siamo alla prese con un'importante ricambio generazionale con la generazione che ha dominato gli ultimi anni, capeggiata da Valverde, ormai a fine corsa.

Archiviata la stagione delle classiche, ci attende quella dei grandi giri e la speranza più grande che possiamo farci è che sulle salite di Giro e Tour, non regni e trionfi l'attendismo, cosa successa svariate volte nelle ultime stagioni.

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