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Sulla fiducia

Ci sono i nostalgici, che brucerebbero le radioline del mondo intero in pubblica piazza, viatico per un fantomatico ritorno a quel ciclismo eroico di un tempo che emozionò i nonni e, talvolta, anche i bisnonni. Per fortuna il ciclismo di oggi è ben lontano da cercare di nuovo il passato. Che poi, per contraddizione, a volte sono proprio gli ordini di squadra che dimostrano al mondo chi sei, che mettono alla prova il tuo istinto per davvero. Ogni sogno che si rispetti ha bisogno di cuore tanto quanto ha bisogno di lungimiranza, altrimenti non potremmo mai sperare di avere coraggio e possibilità.

Rick Zabel ha di suo padre tutto, forse anche quella maledizione di essere figlio di qualcuno, di dover rispettare ogni cosa. Somiglianze, piani, talento. Persino nel nome: gli manca solo una E a distinguerlo da un uomo che fulminava gli sprint. Eppure da quegli anni tutto è cambiato - e molto - il raggiungimento della carriera in primis. Che non significa solo vittorie, significa come ti comporti in corsa, cosa sei in gruppo. Essere l'ultimo uomo per esempio, sapere che tutti contano su di te, sapere che il capitano conta su di te. Nella vita accumuliamo montagne di priorità che ci sembrano importanti e poi, alla fine, ci vuole un attimo a bruciarle tutte: restano solo quelle che avevamo lasciato per ultime, resta l'umanità. Che non la scalfisci, che si appaga con la fiducia più che con la vittoria.

Rick Zabel poteva vincerlo quel GP di Francoforte, tutto sotto la pioggia, con il freddo e il vento di una primavera senza troppo senso. Poteva vincerlo, ha avuto le gambe per fare un vuoto senza discussioni a pochi metri dalla linea bianca. Un po' come Daniel Oss al comando della Paris-Roubaix, sugli sterrati da solo, vicino come mai era stato a quel velodromo. Avrebbe potuto farcela, o forse no. Ma il ciclismo ti insegna per tutta la vita il sacrificio. A soffrire per chissà che cosa, a soffrire per qualcosa che vedi solo tu. Insieme impari la lealtà, che va oltre tutto. Che c'è un capitano dietro di te, che la fiducia in una squadra non si può spezzare, rovinerebbe ogni cosa. 
Si poteva vincere, e in fondo si è vinto lo stesso. Rick tagliando via tutti gli avversari e lanciando una volata imperiale a Kristoff; Daniel facendo corsa dura per Van Avermaet come l'avrebbe fatta uno squadrone intero. Perché buttar via la radiolina è facile, mantenere sé stessi un po' di meno.

Si può chiudere gli occhi su certe corse e non avere rimpianti. Forse perché ti hanno insegnato qualcosa di meglio che arrivare a braccia alzate, ti hanno detto che cosa saresti capace di fare. La fiducia che hai dato ti è tornata indietro, in qualche modo. Così funziona il ciclismo, rotondo come una ruota, senza fine come un velodromo. Prima o poi la strada restituisce quello che le hai dato, proprio come fa con il nero carbone del pavè durante i giorni di pioggia. Il sangue e la pelle grattata via, il sudore, le delusioni cocenti: niente resta lì.
Nessuna linea bianca è mai l'ultima. 

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