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Sull'abbandonare la carriera ciclistica e su cosa succederà dopo

Per tanti motivi fare il ciclista non sarà mai un lavoro normale. Certi aspetti sono a dir poco evidenti, altri meno. Il fatto che una carriera si debba chiudere per forza ad un'età tutt'altro che pensionabile nella normale realtà sembra essere un trauma da rimandare il più possibile. Quando passi una vita a pensare alla stagione dopo '“ allenamenti, ritiri, corse and repeat '“ non hai tempo di chiederti cosa farai dopo. O forse sì, forse è trovare le risposte la parte più difficile. 
Il ciclismo è bastardo in molti modi. Uno è questo: quando esci dal giro, esci e basta. Persino il tuo palmares perde quasi di importanza. La verità qualcuno dovrà pur dirla. Ho visto Ivan Basso assalito dai fans nelle sue ultime corse e quasi neanche riconosciuto mentre scendeva da un'ammiraglia in borghese. Un esempio, ce ne sarebbero tanti. 
E' normale, direte. E' quasi un protocollo fisso. Questo perché il gruppo è un vortice e quando hai divisa e bicicletta sei un supereroe, quasi sempre. Il bello è che anche qui il ciclismo si diverte a sovvertire le regole, il prezzo da pagare per restare sulla cresta dell'onda cambia di nuovo. Di te non restano le vittorie, resta quello che sei. Quando pensi che tutta la tua carriera possa pesare quanto la tua indole, la bilancia si inverte e chi non ha sempre risparmiato il carattere in corsa resta fregato. 
Che poi non è solo questione di restare legato alla gente ma anche il fatto di non poter abbandonare la bicicletta per davvero, proprio per quel rapporto indissolubile che si è costruito negli anni migliori e peggiori.  

Insomma, quello che succederà dopo è un mistero per tutti. Di certo, in molti si chiedevano cosa avrebbe fatto Mr Shut Up Legs Jens Voight una volta smesso di soffrire e godere in bicicletta, oltre a dedicarsi alla sua numerosa famiglia. La risposta giusta è anche la più semplice: ha continuato a farlo, in altri modi. Di sicuro non si può smettere da un giorno all'altro di frustare le gambe fino allo stremo quando l'hai fatto per una vita intera. 
Diecimila euro era quello che Jens voleva raccogliere da donare all'associazione Tour de Cure che si occupa di sostenere gli ammalati di cancro. Beh, ne ha raccolti venticinquemila dopo aver pedalato per oltre ventisette ore, di notte e sotto la neve, su e giù dal Teufelsberg a Berlino, raggiungendo un dislivello di 8845 metri '“ l'Everest per intenderci. D'altronde The Jensie è sempre stato quasi calamitato verso le sfide con sé stesso, costruendo il suo personaggio sull'indole 
Ecco perché chi l'ha seguito, oltre ad essere stato così generoso con le donazioni online, l'ha accompagnato e ha fatto colazione con lui durante l'impresa, fermandosi ad aiutarlo quando doveva sostituire i freni consumati della bici.
E' questa la vera parola chiave del ciclismo, l'aggregazione spontanea, la voglia di fare qualcosa di speciale insieme. Non importa come o per quanto tempo.
Certo, nessuno sa cosa succederà dopo. Di sicuro quello che resta, fuori dai cronometri e dalle linee d'arrivo, è sempre la parte più vera di quello che siamo destinati ad amare per sempre.

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