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The Show. L'ultima notte di Gand

I bicchieri di plastica calpestati come coriandoli trasparenti o ali di libellule dopo una tormenta, le tribune vuote e le luci ancora accese, la pista deserta, lucida di legno chiazzato qua e là. E l'odore di birra su tutte le cose, mischiato a quello della gente che se ne è andata, che resta ancora ovunque, come fiato caldo di quello che hanno cantato, gridato. Da ubriachi. A metà di alcol, a metà di ciclismo.E' quello che rimane della notte di Gand. 
La pista è sacra, la pista è un tempio, la pista è un anello che ha la forma di un abbraccio, di un girone, di un inferno, di un paradiso anche. La pista è silenzio centrifugato e rumore a frustate, quando ti arriva il boato del pubblico o quando senti che la velocità ti domina su tutto. Da fuori è un corpo, dentro è un cuore

Le Sei Giorni sono riti obbligatori, niente a che vedere con quello che pensiamo qui. Il Belgio non è mai come lo immaginiamo, ha uno zing tipo un colpo di fulmine, l'amore per il ciclismo '“ tutto quanto '“ ha radici profonde. I velodromi sono gli stadi d'inverno, il tutto esaurito, i cappellini, le bandiere, le frites. Il pubblico e gli attori. O le rockstars. 
E sarà pur vero che Gand è stato l'ultimo memorabile show di Wiggo, sempre aggrappato a Cav scatenato, che balla e che ride, compagno e amico da sempre. Sarà pur vero che la gente era lì per vedere qualcosa che non si sarebbe ripetuto mai più, una di quelle cose che capitano una volta nella vita e bisogna afferrarle. Sarà pur vero che tutto il mondo ha pensato a questa Sei Giorni come l'ultima imperdibile data di una semi era. Eppure questa rimane una magia frequente, una festa di quelle che alla mattina ti ritrovi a fare colazione a mezzogiorno, una sbornia di tutto, tutto attorno ad un anello.
Uno si chiede perché. Specialmente noi che in Italia abbiamo perso quasi tutto di quello che serviva. Non è che esiste un vero motivo. E' un misto d'amore e di attaccamento a questo sport come se fosse la squadra del cuore, è il fatto di sentirsi tutti nella stessa tribuna, che poi tifi uno o l'altro non è che importa granché. Importa che la birra sia ghiacciata e che i ragazzi girino più veloci della luce. Dio salvi lo spettacolo. Che il ciclismo ha lo sconfinato potere di farci sentire l'adrenalina fin nelle ossa, di farci sentire in famiglia in mezzo a tanti sconosciuti, di insegnarci come crescere, a non smettere di trovare limiti per superarli. A non smettere di credere che certe realtà sono state prima sogni.

Questo è quello che rimane della notte di Gand. Foto da incorniciare di spalti strapieni e avanzi di feste forsennate. Le luci ancora accese e niente di speciale a parte quello che noi riconosceremo sempre come tale. L'odore di ciò che amiamo. Il legno, il silenzio che riporta piano ogni cosa come una eco, il sudore sugli asciugamani dimenticati nei box vuoti. L'odore di niente e l'odore di tutto.
Certe notti hanno il nostro stesso sapore, resti di quello che abbiamo vissuto, di quelli che entrano di diritto nei nostri giorni migliori. 
La pista è un tempio, la pista è sacra. Dio salvi questo stadio d'inverno, palazzo di imprecazioni e tenerezze. Dio salvi questo amore che abbiamo. Fatto di niente, fatto di tutto.

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