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Ti aspetto

Chi è stato ad una corsa sa che dopo la linea bianca esistono dei riti. Una bottiglietta d'acqua fresca sulla faccia dopo un arrivo in salita in una giornata dal caldo accecante, un asciugamano attorno al collo per non lasciare che l'aria gelida asciughi dolorosamente il sudore. Momenti che scivolano via nella concitazione, nel delirio della gente che passa le transenne, i fischietti, i bambini che corrono tra gambe e ruote per cercare le borracce, i microfoni tutti puntati su chi il traguardo l'ha tagliato per primo.

Eppure, a volte, bisogna guardare ancor più a fondo per cogliere certe cose autentiche che forse ci stanno sotto gli occhi così tante volte che le perdiamo di vista.

Mi piace aspettare i ciclisti fino all'ultimo, specialmente durante gli arrivi in salita. Vedi le transenne che si svuotano piano, la festa che finisce. Ma le facce più vere sono quasi sempre alla fine. La fatica li ha segnati più degli altri.
Su a Brentonico ho osservato i massaggiatori aspettare i loro atleti. Più delle altre volte. Sono le solite premure del dopo tappa, una bottiglia d'acqua, una lattina di Coca Cola, una pacca leggera sulla schiena, due parole al volo per spiegare dove sono parcheggiati i bus. Ogni volta, per ogni corridore che appoggia il piede sull'asfalto dopo qualche metro dalla linea bianca. Poi ci saranno i meccanici che riprenderanno in custodia le bici, le docce che lavano via le piccole delusioni, il rumore dell'acqua che soffoca qualche imprecazione, disinfetta di dolore di qualche sbucciatura. Ma quell'istante è uno di quelli primari, qualcuno che ti accoglie e ti orienta dopo i chilometri di fatica. Qualche parola che scivola via assieme al sudore, dalla bocca impastata di sforzi: la corsa andata bene, la corsa andata male, la ruota bucata in quel punto, la crisi dopo quel tornante e da lì solo schiene. Il ciclismo è così: più ti accorgi che è crudele, più ti rendi conto della sua umanità. Piccole cose che ruotano attorno a quella fatica. Gesti. Sai che in cima alla montagna c'è qualcuno che ti aspetta. In bici sei solo ma quando smetti di pedalare vorresti affidare ad altri la solitudine. Spogliarsi di tutto, lasciare solo l'anima che è leggera come quando ti alzi sui pedali e sai che ne hai ancora.

Ti aspetto. A volte lo abbiamo detto con leggerezza, forse l'abbiamo scritto in fondo ad un messaggio, una lettera, alla fine di una chiamata. L'abbiamo scritto ad un collega. L'abbiamo scritto ad un amico. L'abbiamo detto ad una persona alla quale vogliamo bene. C'è più affetto lì che in altre parole del mondo. Aspettare vuol dire fermarsi, perdere del tempo, su una panchina della stazione, attaccati ad una transenna. Aspettare vuol dire che siamo disposti a perdere il nostro tempo e sappiamo che non sarà stato inutile. Anche solo per un istante. Anche senza parole. Perché un sorriso è come acqua fresca dopo chilometri.

Ecco qui, questo è l'arrivo che insegna un pezzo di vita. Ti aspetto significa mi importa. Fino alla fine, fino agli ultimi metri di questa strada che spacca le gambe e anche qualche metro oltre. Un appuntamento non scelto. O forse sì. Scelto nonostante la fatica, il vento, il caldo, il freddo. Perché il ciclismo ti fa capire anche questo, piano piano: c'è l'amore per questo viaggio zingaro. Tutto il resto è solo il resto.

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