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Tom Boonen e la Paris-Roubaix: una sola ultima volta

Se in Belgio c'è un dio dopo il ciclismo, quello è Eddy Merkcx. E se ce ne è uno, dopo di lui, quello è Tom Boonen. Una trinità tutta loro, comprensibile a pieno solo toccando con mano come i discepoli più diffidenti. O dividendo una birra la mattina della partenza di una grande Classica. 
Sta di fatto che Tom non ha mai avuto una sbavatura, nemmeno quando avrebbe dovuto averne. Di sicuro questa cosa della vittoria facile, del volare letteralmente sul pavé, ha incantato tutti negli anni. Ne ha anche fatti arrabbiare molti ma quello è il destino di un campione. 
Però il ciclismo è bravo a cambiare le carte in tavola, a trasformare i suoi prescelti facendogli credere di avergli tolto aureola e fortuna. E' così che funziona in questo sport, niente è facile in fondo, nemmeno per chi l'ha sempre pensato. 
Il duemilasedici doveva essere il suo ultimo anno, voleva la Roubaix, la sua quinta, forse anche per chiudere una volta per tutte la snervante e acida battaglia tra lui e De Vlaeminck che non vuole arrendersi al fatto che siano di fatto sullo stesso piano. Tornado Tom e il Drago del Pavé, quattro pari
Forse solo per chiudere una carriera brillante in un modo brillantissimo.
Quasi stesso copione per Fabian Cancellara, nessun duello a distanza con un gigante del passato ma sicuramente una fame senza precedenti, tipica di chi vuole chiudere il sipario su applausi lunghi ore e gente che chiede il bis. Ma tra i due litiganti il terzo gode. Mathew Hayman si è preso la vittoria e chi s'è visto s'è visto. E se Spartacus è riuscito a digerire l'occasione mancata, di sicuro Boonen no.

Il tempo non è riuscito a scalfire la decisione che forse aveva preso fin da quella fregatura al velodromo più famoso del mondo, un istante dopo aver passato la linea bianca. Nel duemiladiciassette sarà di nuovo in bicicletta, sulla strada, a correre le gare del Pro-Tour. Tutto solo per lei, per la Paris-Roubaix con la sua foresta maledetta. Che oggi più di sempre è il suo amore più grande.

Con gli anni forse capiamo che fare propositi per l'anno nuovo è un'usanza senza troppo fondamento: dodici mesi possono scombinarti la vita come poco altro, al diavolo le sicurezze. La sole cose che possiamo fare sono quelle che in fin dei conti la bicicletta insegna da sempre: non staccare gli occhi dall'obiettivo in qualsiasi condizione, credere in noi stessi, non scendere di sella. 
Da adesso in poi Tommeke ha poco meno di cento giorni per provare a vincere la sua quinta Roubaixed entrare nella storia. Da adesso in poi ha una sola ultima volta. Una sola ultima freccia.
E forse, da adesso in poi, sfogliando i giorni come i petali della rosa di una famosa favola, comincerà a capire davvero che il tempo non è eterno, che le priorità non vanno mai scelte con la testa ma con il cuore.
Da adesso in poi ogni singola ora di allenamento o di corsa sarà un discorso intimo con il pavé, una cosa tra loro due, anche a distanza. 
Quando si hanno poche occasioni si capiscono molte cose, si riesce a distinguere meglio quello che è importante davvero.
C'è una sola ultima volta per Tommeke. Ma ci sono ancora molti giorni per ricordarsi come si soffre sulle pietre senza subirle o quali sono i chilometri dove scattare. Per trovare il coraggio di credere che sia possibile. In fondo, tutti conosciamo la formula giusta, dobbiamo solo lasciare che l'istinto la tiri fuori dai nostri angoli bui.

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