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Tom Boonen, l'ultimo Mondiale e l'onore delle armi

Prima che Sagan pensasse bene di ripetere il successo di Richmond e di indossare anche nella prossima stagione la maglia iridata, mettendo a tacere critiche e polemiche su un Mondiale che rischiava di diventare un clamoroso autogol per il ciclismo, era stato un altro grande campione a spazzare via la noia di una corsa che si sarebbe dovuta concludere obbligatoriamente in volata e a regalarci una tarda mattinata di grande spettacolo ciclistico.

Tom Boonen, conscio che questo sarebbe stato il suo ultimo Mondiale e forte del feeling che da anni lo lega al Qatar, ai suoi deserti e soprattutto ai suoi venti, da un po' di mesi a questa parte aveva in mente di regalarsi e regalarci una domenica speciale. Una domenica in cui riprendersi quella maglia iridata che aveva già fatto sua a Madrid 11 anni fa.
Per riuscirci, consapevole che sarebbe potuta finire in volata, da qualche tempo era tornato anche a disputare le volate di gruppo, cosa che negli ultimi anni non aveva più fatto perché diventate un po' troppo pericolose per chi come lui è agli sgoccioli di una carriera quasi irripetibile.

Tom aveva promesso battaglia nel deserto ed è stato di parola, imbeccato dall'assist della Gran Bretagna è stato lui assieme a cinque compagni (Van Avermaet, Roelandts, Naesen, Stuyven e Keukeleire) ad orchestrare il ventaglio che di fatto ha deciso la corsa ed è stato soprattutto grazie alla forza dei suoi compagni se quell'azione partita quando al traguardo mancavano 175 km, è risultata essere quella decisiva.
Una volta arrivati nel circuito conclusivo, privo di qualsiasi difficoltà altimetrica, era ormai chiaro che a giocarsi il Mondiale sarebbe stato il gruppetto avvantaggiatosi nel deserto. Con la presenza di corridori come Cavendish e Sagan sicuramente più veloci di Boonen, era ipotizzabile che il Belgio, forte della sua superiorità numerica, provasse a scongiurare l'arrivo allo sprint.
Se Keukelerire, Naesen e  Stuyven sono quelli che hanno fatto il grosso del lavoro prima nel deserto e poi nei primi giri del circuito, Roelandts e Van Avermaet erano i due che avrebbero potuto giocarsi la carta dell'anticipo o al limite per provare a sgranare ulteriormente il gruppetto. Invece, giro dopo giro, è iniziata a fare capolino l'idea che il Belgio sarebbe rimasto compatto attorno al suo capitano. Idea che si è trasformata in certezza quando all'ultimo giro, dopo aver chiuso su Terpstra, Van Avermaet non ha nemmeno provato a partire in contropiede.

Una scelta che a conti fatti non ha pagato con Tom che si è dovuto accontentare del terzo. Forse nella volata finale Tom è partito troppo presto ma al cospetto di Sagan e Cavendish era difficile far meglio anche se non avesse sbagliato nulla. Si potrebbe discutere per giorni e giorni se la tattica del Belgio sia stata giusta o meno ma quando si parla di un corridore col suo carisma, anche il risultato passa in secondo piano.
In patria Boonen è quasi un Dio, è molto più di quello che in Italia possono essere Totti o Buffon, visto che nei giudizi sui calciatori c'è sempre da tenere in considerazione la questione del tifo, quindi è stata cosa buona e giusta correre un'ultima volta tutti per Tom, senza spazio per azioni che da un lato avrebbero potuto portare il Belgio al titolo Mondiale con un altro corridore e dall'altro avrebbero potuto togliere a Toml'ultima chance di giocarsi la maglia iridata.
Questo giocarsi tutte le proprie carte solo con Tom è stato il modo di un intero movimento di concedergli l'onore delle armi e di ringraziare il suo più grande campione del nuovo millennio e Tom, lo meritava.

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