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Training camp

Si chiamano 'ritiri', anche se adesso anche noi abbiamo cominciato a chiamarli 'training camps'. Forse perché è più musicale, fa più trendy.
Che siano in Spagna o in Toscana, hanno più o meno gli stessi comuni denominatori : cercare qualche grado in più per allenarsi meglio durante l'inverno e fare gruppo.

Già, perché il ciclismo non è uno sport che può essere etichettato come individuale o di squadra. E' un po' tutte e due le cose. Chi vince è uno solo, è vero. Ma solo non lo è mai. C'è il compagno che dà tutto negli ultimi metri e gli tira la volata, c'è quello che si prende tutto il vento in faccia e il traguardo lo passa dopo, molto dopo. C'è l'individuo e ci sono gli altri: un gioco di incastri, un impasto distinto e omogeneo assieme.

La quotidianità delle corse è un mondo a parte dove bisogna imparare a condividere. Tutto serve per essere un team sempre più forte. Anche sedersi vicino a colazione e scherzare mentre si spalma la marmellata sul pane. Cappuccino, caffè, succo. E' qui che comincia tutto: serve persino per stare in gruppo. Poi ci sono i meccanici che preparano le biciclette nell'aria del primo mattino con il sole che viene su dal mare scuro e lucida le foglie più alte degli ulivi o delle palme. Un sole che fa quasi pensare alla primavera mentre loro pedalano con l'ammiraglia in coda. Sono piccole prove di corsa, scatti e contro scatti, uno in salita, uno in discesa. Sono momenti che servono per unire chi a volte sta dall'altra parte del mondo, gente che si rivede nei viaggi, che si attacca il numerino gomito contro gomito e parla un po' dialetto un po' inglese. Tanto in bicicletta si parla più a gesti, ancor di più a sguardi. Ed è anche qui che si impara a conoscersi. Così, dalla pedalata, dal modo di aggredire una salita, dalle abitudini. Si diventa compagni anche nelle piccole cose ed è quello che conta più di tutto. Il sacrificio per l'altro non è una cosa poi troppo semplice da spiegare ma nel ciclismo funziona. Perché se il gruppo è abituato a condividere tutto, persino la fatica si può spezzare in tante piccole parti. Forse anche il fatto di sentirsi parte, di inseguire un obiettivo assieme, è un collante da non sottovalutare. Queste giornate passate a dividere pane e bicicletta servono anche a tracciare gli obiettivi, a cerchiarli, a studiarli, a segnarseli sul calendario e nelle gambe. Si scovano tutte qui le speranze, i sogni, le incertezze e le decisioni che sperano di contare sulla fortuna, sul vento dalla parte giusta, si concentrano tutte qui, tra quei gradi in più che rendono gli allenamenti più leggeri e più concentrati. Si fa la gamba, si fa la testa. Si affina tutto, prima di cominciare a correre davvero. Anche in questo non si è ancora capito se il ciclismo sia uno sport più fisico o mentale. Forse è solo un equilibrio che bisogna trovare. Un filo di equilibrio per andare forte, per resistere coi migliori, per starci fino alla fine.

Training camps o ritiri, chiamateli come volete. Restano questi piccoli mondi fatti di quotidianità su due ruote, un angolo di giorni dove si pianificano viaggi verso i traguardi, dove ci si scopre amici e avversari, dove l'inverno è già un pezzo di primavera, il primo tassello di una nuova stagione. Ciclisti lo si è tutti i giorni. Imparare ad esserlo sempre di più si impara ovunque. In corsa e su tutte le strade percorse con una divisa.

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