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Una primavera oltre con LaClassica

Una 'tipica' giornata di viaggio raccontata dai nostri ambassador Alessandro e Stefania. Il loro giro del mondo in bicicletta li vede ora a Sumatra, una delle isole più aspre e affascinanti dell'arcipelago indonesiano.

La pioggia caduta copiosa e senza sosta per tutta la notte s'è dileguata all'alba nella magica bruma lattiginosa che avvolge i panorami indonesiani al mattino. Impossibile al risveglio scattare una foto decente di queste valli strette, lussureggianti d'una vegetazione intricata e verdissima, grondanti d'acqua da ogni fessura. La cascata che s'intravedeva ieri sera e la cui risata gorgogliante ha cullato i nostri sogni di stanotte è scomparsa dietro una candida cortina che si dipana in una scia di latte fino al lago, seguendo il corso del torrente che qui dall'alto pare inghiottito da una fitta coltre di foglie che ricopre i crinali scoscesi d'una densa bambagia verde scuro.

La strada che a poco a poco emerge dalla foschia, una tremenda lingua di tornanti a gomito che si srotola sul fianco del monte, è la salita più dura che abbiamo mai percorso in due anni di viaggio in bicicletta. Per risalire quei dannati 20 km, ieri, ci abbiamo impiegato tutto il pomeriggio, per lo più spingendo il tandem carico su per le pendenze impossibili che sembrano essere il carattere distintivo di qualsiasi strada di Sumatra.

Impacchettiamo tenda e materassini il più velocemente possibile, per partire prima che il sole sbuchi dalle nuvole del mattino. Il grafico altimetrico del percorso che dovremmo seguire oggi sembra il ghigno di un felino: una lunga fila minacciosa di canini appuntiti. 'È impossibile che sia così!' mi incoraggia Alessandro. 'Oggi si segue quasi sempre il corso di un fiume. Il programma non è tanto preciso nel calcolare l'altimetria'.

Così, rinfrancati dall'aria fresca e profumata di essenze sconosciute che spira dalla foresta, e dallo sciabordio della cascata che ci saluta dal suo mantello di nebbia, ci mettiamo in sella di buona lena a inseguire i tratti acuminati di quel grafico sbagliato.
Qualche pedalata agevole lungo il falsopiano che costeggia il torrente impetuoso, e, dietro la prima curva, il sentiero bruscamente degrada in una ripida discesa a zigzag verso l'alveo del fiume. Ci lanciamo divertiti dalla velocità, dai saluti timidi dei ragazzini che ci gridano 'Hello misterrr!' dai loro assordanti motorini, e dagli sguardi allibiti dei macachi che ci osservano dondolandosi sui fili della corrente.

Oltrepassato il ponte, la strada incomincia improvvisamente, e vertiginosamente, a salire. Le marce finiscono subito, il fiato poco dopo. Eccoci di nuovo ad arrancare per una pendenza assurda spingendo la bici carica sotto il sole sempre più caldo. A mezzogiorno siamo completamente cotti: ci accasciamo all'ombra di una veranda abbandonata, stendiamo la tenda ad asciugare, Ale si spoglia e strizza i vestiti dai 6 litri d'acqua che da stamattina ha già bevuto e perso sottoforma di sudore. Mangiamo il solito casco di banane, beviamo altri 3 litri d'acqua a testa, cerchiamo di respirare il meno possibile per evitare il minimo spreco di energie, e dopo un paio d'ore ripartiamo.

Un chilometro di spinta in salita, e ricomincia la discesa; qualche chilometro in picchiata sul tandem e di nuovo un muro al 20% si staglia davanti alle nostre ruote. Alle 4 siamo sdraiati sotto l'ennesima tettoia: il sole è ancora all'apice, l'ombra è un cerchietto sparuto in mezzo ai piedi; l'aria fumiga sull'asfalto, sulla lamiera dei tetti, sulle foglie delle palme; Ale ha finito i vestiti asciutti, il terzo casco di banane e il diciottesimo litro d'acqua della giornata.
Consulta sconsolato il grafico altimetrico 'sbagliato': siamo al trentesimo chilometro percorso da stamattina, e alla fine del terzo canino. Mancano soltanto altri SETTE dentini appuntiti, e 50 chilometri di strada asfaltata, dopodiché comincerà il sentiero sterrato che tutti ci hanno descritto come micidiale. Ci guardiamo, e la decisione è presa: rifacciamo i tre canini all'indietro e torniamo verso il lago da dove stiamo risalendo da ben due giorni.

Abbiamo visto scimmie e insetti d'ogni tipo, sentito le voci della giungla e goduto dei saluti divertiti della gente allucinata nel vedere due stranieri percorrere avanti e indietro in bicicletta una strada dove restano in panne anche i loro motori per il caldo e le pendenze proibitive. Possiamo dire che ci basta così!

Il ritorno è molto più breve, come quello degli asini che non vedono l'ora di tornare a casa rientrando dopo una dura giornata nelle campagne. Ci sembra proprio di tornare a casa quando raggiungiamo la cascata. Una donna dal viso dolce e sorridente ci rincorre in motorino fino al poggio dove pensiamo di accamparci anche stanotte. Parla un buon inglese, e insiste per invitarci a passare la notte a casa sua. Siamo contenti di accettare, e diventiamo l'attrazione principale della sua numerosa famiglia e del resto del villaggio. Ognuno si avvicina a noi per praticare le poche parole di inglese conosciute, farsi una quantità imbarazzante di foto insieme a noi e ammirare la nostra strana bicicletta. Un'allegra compagnia, un'ottima grigliata di pesce e una comoda stuoia al riparo del fresco tetto di paglia: la migliore conclusione di un'altra giornata particolare a Sumatra'¦

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