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Una rosa bianca a Utah Beach

Mi chiedo sempre la stessa cosa, ogni volta che vedo quei cimiteri con le croci tutte uguali, tutte in fila, tutte bianche. I nomi le distinguono, a volte persino le date sono le stesse.

Magari riposano di fianco a uno sconosciuto. Che aveva la loro stessa età. Sbarcati in Normandia in un giorno d'agosto del 1944 e, per quello sbarco, condividono ora un destino per sempre. Riposano lontano da casa. E io mi chiedo ogni volta se qualcuno dei loro cari sparsi per il mondo porti loro un fiore, ogni tanto. 
Questo ha fatto la guerra, settant'anni fa, a Utah Beach dove c'è un Cavendish travolgente. E commovente. Una volata alla vecchia maniera di un uomo completamente nuovo. Una volata speciale, lungo una spiaggia che nella tranquillità grigio azzurra del mare del nord, ha ancora addosso tutte le ferite cucite di quelle ore. Adesso c'è l'orizzonte piatto, la battigia infinita e lenta che si culla senza fretta nell'acqua, l'aria salmastra che piega le macchie della vegetazione, i bunker abbandonati, inquietanti cicatrici che non sbiadiranno mai. Adesso c'è la maglia gialla, la prima di quest'anno, che luccica come quel monumento alto nel cielo azzurro, nella luce dolce del tardo pomeriggio. Tutti lì, uno a fianco all'altro, come erano poco fa, gomito a gomito nel gruppo. Il ciclismo è uno sport di slanci improvvisi, di manciate di adrenalina mischiate a dolcissime carezze. Un momento avversari, un attimo dopo compagni. Prima il frastuono e poi il silenzio. 
Questo del tramonto di Utha Beach dove chiunque si chiede se quei ragazzi siano in qualche modo ancora qui. Nella sabbia che si alza quando c'è vento. Nella schiuma bianca che si perde sulla spiaggia. 
Artur Vichot ha la sua maglia da campione francese. Si porta la rosa che ha in mano vicino alla bocca, poi la annusa. Una rosa bianca. E' facile immaginare il profumo di certi fiori, lieve e costante. E' facile chiedere una specie di benedizione. Si chiede sempre, prima di partire, alle persone care. Un bacio, un abbraccio. E' un po' come una benedizione, d'altronde l'amore lo è sempre: porta fortuna. 
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Uno spirito forte, un cuore tenero
' 
Era un motto di Sophie Scholl. Condannata a morte insieme ad altri ragazzi che, come lei, si erano opposti al regime nazista senza la violenza. Studenti di vent'anni. La Rosa Bianca, si chiamavano. Storie su storie che si intrecciano e si attraversano. Vite lontane ma tutte travolte dal fantasma della guerra e dall'istintivo bisogno di libertà. 
E come sempre il gruppo ha un potere speciale: il passaggio è memoria. Persino la festa attorno ad ogni arrivo, ad ogni partenza, diventa un fiore, tanti fiori, portati da chissà dove.

Forse non è facile lasciare quella rosa senza sentire un po' gli occhi lucidi. Restano quei petali bianchi nell'aria del mare del Nord. Restano mentre il ciclismo se ne va, di nuovo per la sua strada. Ma la fortuna di uno sport così, che vive di istanti così brevi e così intensi, è la consapevolezza che niente di tutto questo può essere dimenticato. 

Ecco la benedizione di sabbia e salmastro dei ragazzi di Utah Beach. Una rosa bianca e pochi secondi vissuti insieme. A volte bastano. Per dirsi che la voglia di essere liberi è ancora una delle cose più belle che l'uomo possa desiderare.

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