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Via Roma

La quarta volta. Sarebbe la quarta volta che faccio Milano e Sanremo, partenza e arrivo. Ma è la prima volta che vedo via Roma, questo rettilineo qui. Riconosco i palazzi delle foto in bianco e nero o di quella degli anni Settanta, con qualche colore in più, di quando vinse Dancelli. Lui in maglia arancio Molteni e il direttore sportivo che sbucava dalla macchina felice come non mai. A me sembra strano perché tutte le mie Sanremo le ho conosciute con l'arrivo da nuova generazione. Non so se è più brutto, più bello. Non si può categorizzare qualche cosa alla quale sei affezionata.

Di questa corsa mi ricordo sempre tutto con estrema lucidità. La mia prima volta e un sole clemente, un vento che veniva dal mare e forse assomigliava a quello della primavera. La neve e le sbandate in autostrada, la corsa ferma, guerrieri che pedalano nella tormenta e un ragazzo che, in quel tempo da lupi, vince e non nega autografi, sorride a tutti, anche paralizzato dal gelo. Poi una Milano piovigginosa, il sole e ancora la grandine, improvvisa. E sempre quei duecentonovanta chilometri a segnare le facce di tutti, dal primo all'ultimo. C'è il vincitore e poi ci sono gli altri, come in linea di successione ma la strada non fa differenze. Ci sono le gambe, la condizione, la fortuna, gli incroci del destino. Ma quei chilometri fanno male a tutti.
Via Roma è questo rettilineo stretto nei palazzi che ogni tanto si aprono a qualche vicolo o a un giardino dal quale si vede il mare. Via Roma subito dopo l'ultima discesa, il Poggio e poi l'arrivo. Via Roma è la Sanremo antica e adesso nuova. Quello che non cambia è l'incertezza. Tutto in bilico fino alla fine. Via Roma che si affolla lentamente di gente: i bambini aggrappati alle transenne o alle spalle dei papà, i signori rugosi con il cappello e la Gazzetta in mano che sono abituati al silenzio del mare la mattina, mentre fanno colazione e ora hanno la voce dello speaker nelle orecchie. Ma non dà fastidio, no. Anche loro scommettono su chi arriverà, storpiano i nomi stranieri con immutato affetto. Via Roma, sorvolata dai gabbiani in quel rettangolo d'azzurro tra i cornicioni antichi. Che oggi è un giorno speciale e assieme ai loro versi acuti ci sono le sirene delle moto, la corsa che arriva. Volata sul rettilineo che sembra infinito. Ruote che sbandano tra l'asfalto e la linea bianca della mezzeria. Via Roma, eccoli qui i tuoi ragazzi con le gambe rotte da troppi chilometri. Eccoli che hanno ancora sogni, hanno ancora speranza. Quella linea ha un significato senza tempo. C'è un ragazzo con gli occhi grigi che viene dal nord in fondo a quel rettilineo, sfila tutti e ancora non sa che sul palco piangerà sul gradino più alto.
Ti hanno lasciato sull'asfalto coriandoli e champagne, tracce colorate e odorose di un passaggio che forse mancava anche a te. Cose immobili, il ciclismo ha il potere di farvi diventare vive, di darvi un cuore, una vita, anche solo per poco.
Via Roma che senti la sera scendere e la senti fredda, anche se il vento si è placato. Le transenne ti grattano la pelle e ti fanno capire che se ne vanno, che tra poco tornerai un posto qualunque. La gente tornerà a guardarti distratta, passeggiando per i marciapiedi, attraversandoti in auto verso il confine che è così vicino. E allora sarai un po' come noi, comincerai a contare i giorni, ad aspettare ancora il ritorno dei ragazzi in bicicletta, della gente aggrappata alle transenne, dei fischi e delle sirene che coprono tutto il resto, dei coriandoli. Non c'è un posto speciale per sé stesso. E' solamente il destino di tutte le vie che il ciclismo attraversa. Quando se ne va, allora c'è la stessa malinconia di quando qualcuno che amiamo si allontana. Via Roma, sei Cenerentola senza scarpetta questa notte. I ragazzi su due ruote, per un giorno, ti han resa principessa.

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