Ocean Traceless: un viaggio in bici per salvare gli Oceani

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Si chiama Ocean Traceless ed è un viaggio di 5000 km da Quito a Santiago del Cile che Dario Nardi ha compiuto con una bicicletta in bambu per denunciare la plastica negli oceani.

Per fare una bicicletta in bambù ci vogliono dalle 40 alle 60 ore.
La materia prima della plastica – il petrolio – ci mette milioni di anni a formarsi. Il bambu è completamente biodegradabile, la plastica – come risaputo – ci mette altrettanti milioni di anni a decomporsi. Forse.

Quando Dario Nardi ha incontrato Christian di Bam Cicli si sono trovati subito d’accordo sull’importanza di portare avanti un progetto come quello dell’Ocean Traceless, così si chiama il viaggio che Dario, un biologo marino, aveva progettato per smuovere la coscienza ecologica di tutti sull’immenso inquinamento da plastica.
Trecento milioni di tonnellate di plastica vengono prodotte ogni anno nel mondo per realizzare prodotti monouso e otto milioni di tonnellate finiscono nei nostri mari e oceani, inquinando e contaminando seicento specie animali che ingeriscono accidentalmente plastica e risalgono la catena alimentare fino a noi. Un lento suicidio di massa di cui ci siamo accorti troppo tardi ma che, con la consapevolezza di tutti, può essere fermato.  

ocean traceless

Dario ha compiuto un viaggio di 5000 chilometri lungo la costa cilena, una delle più martoriate al mondo dall’inquinamento da plastiche, pedalando in un territorio non facile, raccontando il suo personale diario di bordo con gli occhi di chi non vuole nascondere nulla. La bicicletta, ancora una volta, come un mezzo di denuncia sociale. E non una bicicletta qualunque ma una di bambù italiano ed ecosostenibile appunto, sviluppata in collaborazione con Christian che ha curato tutto nei minimi dettagli, pensando anche ai quaranta chili di peso – l’essenziale – che Dario avrebbe dovuto portarsi dietro per affrontare questa avventura. Come un vero esploratore, è stato accolto dalle famiglie sul territorio, è entrato nelle tradizioni dei popoli che ha incontrato, senza però dimenticare la sua vera missione 2.0.

Cinque mesi lontano da casa, tre frontiere e quattro Paesi attraversati per testimoniare come la plastica stia letteralmente distruggendo il nostro mondo e il suo enorme patrimonio naturale e culturale. Un’esperienza che diventerà presto un documentario di inchiesta, per aprire gli occhi, per proporre nuove risorse alternative all’uso smodato del petrolio, per far capire che il cambiamento deve essere ora. La bicicletta lo ha aiutato a vedere in profondità, dove tutto quello che noi buttiamo dopo averlo usato una volta soltanto si deposita e uccide gli animali, spacca la biodiversità, toglie il respiro alla bellezza. In profondità dove nessuno può nascondersi dai sensi di colpa che in fondo sono il pungolo più efficace per agire.
All’istante.