Giovannino Corrieri, l'ultimo gregario di Bartali

Giovannino Corrieri è stato l’ultimo gregario di Bartali, fino all’ultimo suo respiro ha conservato la memoria di cosa significhi stare al fianco di un grande campione.

La storia di Giovannino Corrieri comincia come tante altre. Un ragazzo siciliano che va in bicicletta e corre, corre forte, li batte tutti. E sogna di diventare grande, di attraversare lo Stretto e gareggiare nel continente. Nel 1940 si trasferisce in Toscana, a Prato, grazie al presidente della AC Pistoiese Francesco Truscelli – dietro una conquista c’è sempre qualcuno che ha regalato fiducia – ma poi arriva la guerra, la contraerea e poi la Legnano di Bartali, anche se dopo, molto dopo, lui stesso confidò di essere sempre stato coppiano.
In fondo, la lealtà verso il capitano è una cosa seria, al di là di tutti i possibili cliché.

Giovannino Corrieri è stato per tanto tempo l’ultimo gregario del Ginettaccio. Sempre in stanza insieme, le notti passate a parlare con la luce accesa per ore e il fumo sottile e perenne delle sigarette che fumava lui, dei bicchieri di vino. Forse Bartali non faceva la vita da corridore, quello no, ma Giovannino l’ha sempre detto che aveva un fisico incrollabile, che gli bastava un niente per ricaricare le batterie, ricominciare, riattaccare, togliere il fiato a chi l’aveva tolto a lui. L’ultimo gregario. Nel bene e nel male al fianco di un amico. La stima è tutto, la fiducia anche, altrimenti non puoi farlo, non puoi essere l’angelo custode di qualcuno. Non puoi stargli accanto anche quando vorresti essere altrove, non puoi sentire il dolore insieme a lui, sopportare il vento in faccia senza dire una parola, aumentare il ritmo quando forse non lo faresti nemmeno per te stesso.

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Anche se per sé stesso, Giovannino fece lo stesso qualcosa. Perché quando sei abituato a non mollare mai la presa, allora è facile non lasciare andare nessuna occasione. Come quella volta in quel leggendario 1948, quando aiutò Bartali a vincere un Tour de France che passò alla storia per aver salvato – a detta di tutti – l’Italia da una guerra civile ma allo stesso tempo si prese una delle giornate più belle della sua vita. A Parigi. L’ultima lunghissima, infinita, tappa di duecentosessanta chilometri. Una fuga incredibile, coraggiosa come chi sa che certe volte bisogna solo rischiare. Di soffrire come pazzi, di riuscire come vincitori. Lucien Tesseire che era con lui negli ultimi otto chilometri gli offrì dei soldi per lasciarlo vincere ma Giovannino girò la faccia dall’altra parte. Uno scatto, l’ultimo giro al Parco dei Principi, per lui che era un ragazzino venuto dal sud con i sogni così grandi che si faceva fatica a crederci.

Per anni è stato custode instancabile di certe quotidianità perdute ma in fondo, anche adesso che ha raggiunto il suo Bartali – e il suo Coppi – già da un po’, resta l’ultimo gregario, l’ultimo scudiero di un’Era in cui bisognava rubare l’acqua fresca dai bar sulla strada per sopravvivere a una tappa, un mondo così lontano nel tempo da sembrare una storia antica, una storia sacra, immobile nel tempo come immersa in una resina per conservarla intatta. Per tenersi la morale sempre con sé, come nelle fiabe più dolci e più dure.