La bicicletta. Storia di una magia lunga 200 anni

Senza freni, senza pedali. Un lucido cavallo di legno inventato quasi per caso, su ispirazione di uno strano anno senza estate, maledetto dall’eruzione di un vulcano. Sembra l’inizio di una fiaba, invece è la vera storia di una magia lunga duecento anni. E’ la vera e straordinaria storia di come è nata la bicicletta.

Era il 12 giugno 1817 quando un eccentrico barone-inventore uscì di casa per la prima volta in sella ad uno strano mezzo mai visto prima. Laufmaschine la chiamò. E non sapeva - nemmeno si immaginava - che  sarebbe diventato un simbolo per intere generazioni, di riscatto o di libertà, di sogni o di coraggio.
Macchina per correre. Era già lì, tutto il suo destino.
Ma aveva bisogno di un motore. Ed è stata forse quella la prima vera scintilla di un amore eterno: i cavalli corrono con i loro fantini in groppa, verso il traguardo ci volano insieme, leggeri entrambi di una leggerezza che li unisce come una simbiosi perfetta.
L’uomo doveva essere il motore. Le sue gambe ma non solo. La sua testa, il suo cuore e tutto sé stesso in quell’unico sogno che era semplice come le cose che gli innamorati si dicono all’orecchio, a bassa voce. Che in fondo si poteva scrivere in una sola e unica parola: velocità.
Da quel momento in poi la bicicletta viene al mondo davvero. Prende vita propria e comincia a intrecciarla con quella degli altri. Di molti altri.
C’è quella ossessione di provare a rompere il limite, capire cosa mai potrebbe fare un uomo in sella a quel cavallo quasi senza vita. Competere, ecco cosa mancava. Inventano le corse, nascono il Tour de France e il Giro d’Italia, il nucleo si allarga, soffrire diventa parte del gioco. E resterà così per sempre, in un rapporto buono e cattivo come lo yin e lo yang.
 
In guerra la bicicletta diventa strumento di resistenza o di pace, Gino Bartali ci nasconde i documenti per salvare gli ebrei dai campi di sterminio e i partigiani la usano per portare i messaggi ai contadini di campagna in campagna. E dopo la devastazione, la gente riscopre la libertà anche così, pedalando sulle stradine sterrate che collegano i paesi. Che è bello avere il vento tra i capelli senza pensare alle bombe durante le sere coi grilli tra l’erba alta.
I futuristi inneggiano a lei come il simbolo del dinamismo, la mettono al centro del loro Manifesto e il fatto di essere un oggetto continuamente ribelle attraverso i secoli riesce ad incarnare i sogni e le rivoluzioni  delle giovani generazioni. “I want to ride my bicycle” cantano i Queen nel 1978 ed è un inno. Una dedica al modo più semplice che esista di lasciare il mondo fuori.

Da quel giorno di giugno, la bicicletta è stata un sortilegio continuo che ha toccato chiunque, senza distinzioni. Macchine per correre, principesse di casa, scudi contro la tristezza, spade per avere coraggio, destrieri per volare fino alla luna e ritrovare sé stessi, ali per raggiungere i sogni. Ognuno la pensi come vuole. Ma questa, anche dopo duecento anni, resta la storia della magia più vera che esista.