Luis Ocaña, luci e ombre sulle vette dei pirenei

Luis Ocaña e la storia nera della sua vita piena di contrasti, in un’altalena costante tra la luce e il buio. Fu il solo che riuscì a contrastare Eddy Merckx sulle orme di don Chisciotte e i suoi mulini a vento, lasciando sui Pirenei la sua anima di campione fragile, malinconico, straordinario.

Luis Ocaña nasce a Priego in Spagna, primo di cinque fratelli. Suo padre – che si chiama come lui - fa il cardatore di lana ma la povertà spinge la sua famiglia sempre più vicino al confine fino a trasferirsi in Francia. Luis ha dodici anni e comincia a frequentare la scuola senza sapere una parola di francese e i compagni con lui sono crudeli, gli lanciano sassi e sputi, lo trattano come un animaletto al quale fare i dispetti. E’ una di quelle ferite che non si rimargineranno mai, specialmente in un carattere come il suo, fragile e battagliero allo stesso tempo, proprio come il personaggio dell’unico libro che leggerà nell’arco della sua vita: don Chisciotte. I suoi mulini hanno un solo nome: Eddy Merckx. Tutti lo temono ma lui no, non è uno di quelli che piange il fatto di essere diventato professionista nell’era del cannibale, anzi è convinto che nessuno abbia il coraggio di batterlo. Luis è un pugile sul ring, un guerriero istintivo come solo certi scalatori sanno essere, di razza pura. Ma la sua carriera è destinata a un’altalena costante tra sole e buio, una cosa che lo farà passare alla storia come un campione sfortunato, tutto qui. Riducendo a quasi niente il profilo di un corridore passionale e controverso.

luis ocana

I Pirenei sono il suo amore maledetto, un nodo mai sciolto, un grido, una sconfitta, una rivincita. In quel Tour de France del 1971, proprio su quelle montagne, sotto un diluvio universale, Merckx attacca in discesa e Luis che ha la maglia gialla con un vantaggio di sette minuti sul cannibale, gli sta a ruota, nonostante la pioggia sia il suo punto debole. Merckx scivola, urta contro un muretto ma resta in equilibrio. A Luis non tocca la stessa sorte: rimbalza a centro strada e viene centrato dagli altri, inevitabilmente. Vola via in elicottero verso l’ospedale. Un quarto d’ora di pioggia basta a portargli via quel Tour e una broncopolmonite l’anno successivo lo frega di nuovo. E’ la maledizione di quella lotta continua contro Eddy Merckx. Eddy, che quando Luis vinse il suo Tour de France nel 1973 con sei vittorie di tappa non c’era. Non c’era gusto. Luis amava profondamente la sfida, era quello che voleva. Non i soldi, non le vittorie. La sfida. Guardare l’avversario in faccia e capire che si poteva scattargli davanti, lasciarlo lì, prenderlo di sorpresa. Sorprendere tutti, magari inconsapevolmente anche sé stesso. Guardare negli occhi, vederci la fame, vederci la furia della competizione. Ecco cosa gli piaceva.
Era un ribelle, Luis.

Aveva paura, Luis. Di morire dello stesso male di suo padre, al quale aveva portato un giorno – uno dei suoi ultimi giorni – la maglia di campione nazionale e lo aveva visto piangere, di dolore e di commozione. Aveva la malinconia di quegli uomini poco comuni, fragili, eppure straordinari in quello che sanno amare profondamente, eccessivamente, senza mezzi termini. Aveva una pistola, quel mezzogiorno, nella sua tenuta circondata dalle vigne ed erano passati diciassette anni dal suo ritiro. Un colpo alla tempia per chiudere il conto perennemente in sospeso della sua storia affannata ed eroica di don Chisciotte che non era riuscito a convivere con i suoi fantasmi. Un addio improvviso e poi silenzioso, come era sua abitudine.
Il vento ha disperso le sue ceneri sulle cime di lassù, al confine tra la Francia e la Spagna, dove Luis è diventato Ocaña. Da vincente e da perdente. Il suo spirito è rimasto lì, sui Pirenei, che in fondo assomigliano terribilmente e miracolosamente alla sua esistenza, sempre divisa tra le luci e le ombre dell’alta quota, dove gli scalatori sono davvero liberi di volare.