Quindici anni senza "El Chava"

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Quindici anni fa, in una sera di dicembre, ci lasciava per sempre “El Chava” Josè Maria Jimenez, il primo a domare l’Angliru. Uno scalatore di razza che i tifosi ricorderanno per la sua indole di spirito libero.

Per un mondo come quello del ciclismo, da sempre legato al passato e alle tradizioni, il tempo è come se scorresse più lentamente e ogni corsa è l’occasione giusta per ricordare e celebrare i campioni del passato. In realtà il tempo scorre inesorabile e ormai sono 15 anni che è morto Josè Maria Jimenez, per tutti “El Chava”.

Quando, la sera del 6 Dicembre 2003, il suo cuore ha cessato di battere, stava firmando autografi ad alcuni pazienti della clinica, in cui era ricoverato, che lo avevano riconosciuto, per una morte tanto assurda quanto ingiusta visto che non si dovrebbe mai morire a trentadue anni, quando hai ancora una vita davanti.

Jimenez che con il suo modo di correre ha fatto godere miglia di tifosi a bordo strada o davanti alla tv, ad un certo punto della sua vita si è trovato lottare contro il mal di vivere e non ha potuto nulla, con la depressione che si è rivelato avversario ben più duro e ostico delle tante salite che ha domato in carriera, a partire da quell’Angliru che conquistò nel 1999 e che porterà per sempre il suo marchio, visto che fu proprio “El Chava” il primo corridore a scrivere il proprio nome in cima alla salita più dura di Spagna.

Josè che da piccolo voleva diventare un torero, salvo poi cambiare idea dopo essere stato morso da un cane, aveva trovato nella bici e, in particolar modo nelle salite, la sua strada. In carriera non ha vinto moltissimo ma la sua grandezza va ben oltre i 28 successi o le quattro maglie verdi di miglior scalatore alla Vuelta, dove tra il 1997 e il 2001, nelle tappe di montagna, ha fatto il bello ed il cattivo tempo aggiudicandosi ben 9 tappe.

josè maria jimenez

Jimenez che doveva essere l’erede di Indurain, un GT non l’ha mai conquistato ma come spesso accade, questi mancati successi non hanno fatto altro che accrescerne il mito. Nel 1998, dopo la doppietta di Pantani a Giro e Tour, corse la sua miglior Vuelta, indossando per quattro giorni la maglia di leader e chiudendo al terzo posto in classifica generale per quello che rimane l’unico podio in un GT della sua carriera. Un risultato che ad ogni modo non gli rende giustizia vista la superiorità mostrata in salita. I quasi 7’ accusati dal compagno di squadra Abraham Olano nelle due cronometro in programma, assieme al fatto di non poter attaccare a fondo, visto che in maglia oro c’era un suo compagno di squadra, gli tarparono le ali. Nemmeno uno spirito libero e indomabile come il suo, poteva consentirgli di andare contro il bene di quella squadra che lo ha sempre trattato come il figlio prediletto, al punto da pagargli lo stipendio e da considerarlo come un corridore del proprio organico per tutto il 2002 nonostante fosse ormai un ex.

La lontananza dalle corse non ha fatto altro che aumentare i suoi disagi e la voglia di tornare in gruppo non gli è mai mancata, nemmeno nei momenti più bui come l'estate 2003, quando, dopo quasi due anni senza gare, confidò a un amico il desiderio di tornare a correre dicendogli: "Credi che se potessi non tornerei in bicicletta già domani?".

In gara “El Chava” non tornò mai più. La Vuelta 2001 in cui conquistò per la quarta e ultima volta la classifica di miglior scalatore, rimane la sua ultima gara. A quindici anni dalla sua scomparsa, la sua grandezza, con quel modo di correre sempre all'attacco, spesso con attacchi spregiudicati, è ancora immutata e resterà tale per tanti anni ancora, perché quelle emozioni che ci ha regatato in salita sono impossibili da cancellare e perché il ciclismo non vuole dimenticare i suoi eroi più tragici.