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Alpe D'Huez, la montagna incantata

Uno dei simboli sacri del Tour de France, l'Alpe d'Huez è una leggenda di ventuno tornanti che si arrampicano nel cuore delle alpi francesi, silenziose e a tratti surreali come solo loro possono essere, lontane da tutto con il verde più verde che esista e le mucche lucide che pascolano senza apparenti padroni. E' la fregatura del ciclismo, mischiare il paradiso con l'inferno. L'Alpe, come la chiamano i francesi, racconta la storia di questo sport come fanno certe montagne, conoscendola nel profondo dopo essere arrivato al nucleo della sofferenza e della bellezza. Dopo aver visto Coppi e Pantani scalare il suo versante, angeli terreni così lontani eppure simili in certi angoli bui di incomprensione del mondo. E anche adesso che il Delfinato torna da lei, in un certo senso, riecheggiano le storie come a voler togliere da una corsa così prestigiosa la sua aura preconfezionata, in un certo senso già scritta a volte. Perché l'Alpe è capace di scombinare i piani ed è stata anche una Montagna Incantata per chi aveva dato tutto e ricevuto in cambio quasi niente.   

Nel 1994 Roberto Conti ha trent'anni, pressoché tutti passati al fianco dei suoi capitani, a servizio della squadra come vuole la regola di uno sport individuale e collettivo assieme. Come vuole la religione del ciclismo che è votata al sacrificio prima di tutto il resto, persino prima della vittoria, anzi assolutamente prima. 
Nel 1994 il Tour de France aveva scritto 'Alpe d'Huez' sull'arrivo del 19 luglio, Conti è nella fuga di giornata ed è la quarta volta che scala quella montagna, la conosce si può dire. Anzi, sa perfettamente che le prime rampe sono sempre state le più difficili. I primi tre chilometri maledetti. Ma il ciclismo ti insegna che i punti deboli diventano spunti vincenti quando meno te l'aspetti ed è solo quando sai dove sbagli che puoi sfruttare l'errore. Lui attacca dove sapeva di correre il rischio di essere staccato. Una giornata di estate senza sole, con il cielo bianco come in quei pomeriggi incerti di montagna quando dovresti scendere invece che salire. Una scalata solitaria sui tornanti pieni di scritte bianche sull'asfalto nero, coi bordi spessi, più spessi della fatica. Gregari li chiamano, ma è usanza vecchia, scolpita nella testa di chi ancora crede che nel ciclismo esistano delle etichette. La strada ti cambia ruolo quando meno te l'aspetti, esattamente come fa la vita. Quel giorno l'Alpe ha scelto il suo eroe dal gruppo, come spesso la giustizia casuale decide, gli ha dato l'allucinazione più vera della sua carriera, due minuti per arrivare in cima prima degli altri. Due minuti e due secondi per l'esattezza. Bastano per farti sentire dio una volta tanto, anche una volta sola può bastare per quelli che sono sempre stati abituati ad essere felici delle vittorie degli altri.

L'Alpe d'Huez resta la montagna incantata dove il tempo si è fermato per lasciare passare solo il necessario, un posto dove tutto è possibile, come certi luoghi del ciclismo che ti fanno pensare a occasionali miracoli, al ribaltamento delle cose ovvie. Un tornante rotondo come una gomitata o come un abbraccio; il silenzio della salita e allo stesso tempo la sua tempesta. 
E in fin dei conti la magia della strada è questa, così tante visioni e un'unica grande preghiera: credere sopra tutto, nonostante tutto.  

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