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Aussie revolution

La cultura per uno sport, associato al tifo, alla passione è qualcosa che, in molti casi, resta nelle radici di un Paese. E' successo in India con il cricket, in America con il football, in Belgio con il ciclismo. Nessuno si chiede mai come nasca tutto questo. Forse è una scintilla, un colpo di fulmine singolo che poi diventa collettivo. Una scintilla che diventa fuoco, treno che corre all'impazzata. Un'onda.
Forse è un'onda. Come quelle dell'Oceano blu che accarezza le spiagge infinite dell'Australia che a noi della vecchia Europa sembra sempre il nuovo continente, quello ancora da scoprire. Qualcuno solleva l'onda, comincia a cavalcarla, anche se tutti credevano fosse impossibile. Troppo alta, troppo indomabile, troppo pericolosa.

Il primo a cavalcare l'onda del ciclismo professionistico in Australia è stato Cadel Evans. Per gli australiani è una specie di dio indiscusso ora. Prima era solo un biker che si era messo in testa di diventare Campione del Mondo, che voleva correre con le più grandi squadre del panorama internazionale. Non gli avrebbero dato un centesimo. Invece Cadel ha fatto tutto questo. E anche di più. Il sogno australiano, anziché americano, verrebbe da dire. Solo che, come sempre succede nel ciclismo, non è stata né la fortuna, né la gente ad aiutarlo ma solo le sue gambe, il talento e l'indiscutibile determinazione ad andare fino in fondo.
Da allora quell'onda l'hanno cavalcata in molti. L'incredibile affetto per chi aveva portato l'Australia in vetta al Mondo ha trascinato improvvisamente il paese in un universo che poco aveva a che fare con la loro cultura. Milioni di ragazzini sono rimasti ispirati da quel sogno realizzato. Ed è così che sono nate nuove opportunità per chi, da grande, voleva fare il ciclista. Di professione.

Qualche anno è passato da allora. Oggi il movimento ciclistico australiano è forte ed è in continuo sviluppo. Oggi i bambini di allora sono ragazzi. Sono uomini.
Rohan Dennis, per esempio, che quest'anno è stato nominato ciclista australiano dell'anno. Per un mucchio di cose che ha fatto in questa stagione.
Non so se Rohan è uno di quelli cresciuti guardando Cadel correre dall'altra parte del mondo. Di certo ha il talento di un campione. Un fuoriclasse, di sicuro. Ma non il solito. Faccia pulita e simpatica da bravo ragazzo, voce profonda e un carattere istintivo, passionale, senza mezze misure. E' nato sotto il segno dei gemelli ma non soffre certo di doppia personalità. Sa che potrebbe essere un uomo da grandi giri ma preferisce continuare a concentrarsi sulle sue specialità. Rohan che sa sdoppiarsi senza perdersi, contenere la sua esuberante potenza nel silenzio di una cronometro perfetta.
Nel 2015 ha vinto prima il Tour Down Under, in Australia appunto, l'USA pro challenge, il prologo del Tour de France con maglia gialla annessa e ha stabilito il record dell'Ora. Un anno spaziale per un ragazzo che ha solo venticinque anni e chissà cosa potrà fare nel futuro che lo aspetta. Di certo queste sono cose che rafforzano l'amore, quella scintilla improvvisa scattata qualche anno fa e già così potente. Un fuoco vero e proprio.
Forse queste culture sportive nascono come le rivoluzioni. C'è un leader e tutti lo seguono. Rohan è uno di quelli che sa fare squadra e allo stesso tempo sa fare il capitano. Una qualità non da tutti.

Forse un sentimento forte che lega un paese al suo campione è fatto di grandi e piccole cose. Grandi come le vittorie, come la maglia gialla, come la ola dopo quel record in pista. Piccole come una foto di lui che tiene in braccio un cucciolo di canguro prima del Santos Tour Down UnderAussies che si guardano negli occhi e si capiscono. Radici di una rivoluzione che crescono di anno in anno. Perché i sogni sono un diritto. Ovunque.

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