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Bentornato Vincenzo Nibali

Nel ciclismo numeri e statistiche passano quasi sempre in secondo piano dinanzi alle emozioni che ci regalano i campioni in corsa. Da questo punto di vista non fa eccezione l'ultimo Lombardia, con la cavalcata che ci ha regalato Vincenzo Nibali ma alcune volte anche i numeri e le statistiche hanno una grande importanza. Trionfando a Como, Vincenzo ha interrotto un digiuno per i colori azzurri nelle Classiche Monumento che durava da sette anni, ma soprattutto ha dimostrato di essere uno dei pochissimi corridori capaci di vincere GT e Monumento.

La grandezza di Nibali non l'abbiamo certo scoperta oggi, d'altronde se vinci Giro, Tour e Vuelta e centri la Tripla Corona, non puoi essere uno qualsiasi. Quello che è stato bello riscoprire di Nibali in quest'ultimo periodo, è stata la ricerca dello spettacolo, il voler regalare e regalarsi emozioni, correre per vincere o quantomeno provarci anche quando i percorsi non gli si addicono.
La carriera di Nibali si può sostanzialmente dividere in due parti, gli anni in Liquigas e quelli in Astana. In Liqugas è cresciuto gradualmente e passo dopo passo si è avvicinato ai grandi del gruppo. Ha vinto una Vuelta ed è salito sul podio a Giro e Tour. Andando sui freddi numeri ha vinto pochino ma spesso ha sfiorato il bersaglio grosso anche in corse non adattissime alle sue caratteristiche, basti pensare al podio alla Sanremo nel 2012. Fa capire che una grande classica è alla sua portata ma la troppa foga o l'incapacità di saper attendere l'attimo giusto gli costano caro. Al Lombardia 2011, nell'anno di grazia di Philippe Gilbert, si inventa un attacco d'altri tempi sul Ghisallo ad oltre 50 km dall'arrivo, la gamba c'è ma il terreno favorisce troppo gli inseguitori e l'attacco finisce in un nulla di fatto. Stessa situazione anche se con finale molto più amaro alla Liegi 2012, quando dopo aver attaccato sulla Roche-aux-Faucons, ad una ventina di km dal traguardo, viene riperso e inesorabilmente staccato dal kazako  Maxim Iglinskiy a 1200 metri dal trionfo.

Queste azioni lo fanno diventare uno dei corridori più amati in gruppo. In un ciclismo iper specializzato, lui è uno che va forte un po' dappertutto e questa cosa piace parecchio. Col passaggio in Astana, Vincenzo cambia modo di correre e inizia a selezionare gli obiettivi e le corse in cui andare forte. I risultati arrivano e Vincenzo vince molto più che in passato ma col passare dei mesi e delle stagioni viene un po' snaturato come corridore. Se nel 2013 vince la Tirreno prima del Giro e poi sale sul podio alla Vuelta e lo sfiora al Mondiale di Firenze, nelle ultime due stagioni c'è spazio solo per il Tour.

Se nel 2014 la cavalcata trionfale in Francia giustifica appieno questo modo di correre, in questa stagione dove in Francia non lotta mai per la maglia gialla, vengono a galla i problemi di puntare tutto su una singola gara. Dalla delusione del Tour all'espulsione della Vuelta si è scritto e detto tanto, spesso a sproposito e con cattiveria gratuita, ma Vincenzo è riuscito a ripartire ed ha saputo riprendersi la ribalta facendo parlare di se per le vittorie.
Dopo la Vuelta ha ritrovato la serenità e si è conquistato la maglia azzurra facendo la voce grossa nelle gare del calendario italiano, vincendo la Bernocchi e salendo sul podio ad Agostoni e Memorial Pantani. Di ritorno dalla trasferta di Richmond, ecco i successi a Tre Valli e Lombardia e con essi la sensazione di aver ritrovato il vero Vincenzo.

Più che la fantastica cavalcata al Lombardia, l'averlo ritrovato appieno come corridore è il successo più bello e il prossimo anno con questa nuova consapevolezza ci sarà da divertirsi.

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