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Ci pensa il vento

Il lago blu intenso nella luce dorata del pomeriggio è una cosa che non mi aspettavo. Ho l'impressione che un piccolo cerchio si chiuda, che questa stagione sia volata. L'ha portata via un vento come questo che incapriccia l'acqua dolce, che la infrange sui muriccioli e la fa spumeggiare lievemente al largo. Un vento buono e quasi caldo, anche quando faceva freddo.
Se non fosse che mal sopporto la retorica, questa stagione si meriterebbe lunghe lettere d'amore, di quelle che non si scrivono più. Le cose incredibili che ho vissuto in questi mesi ritornano come risacca prepotente. Ritornano tutti insieme, come se fosse il tempo di fare un bilancio. A Siena non sapevo come sarei tornata a casa eppure Piazza del Campo mi ha spezzato il respiro (e il cuore) con la sua bellezza. Le spiagge infinite della Versilia mi hanno accompagnato su un treno deserto preso al volo. L'ultimo.
Mi sento ancora addosso tutta la pioggia e il vento e il sole. E penso a quando ero una ragazzina che voleva solo scrivere e non sapeva cosa fare per poter inseguire un sogno che per gli altri non aveva senso. La risacca mi parla, ogni tanto. Oggi è il mio specchio, come molte altre volte.
La Lombardia è casa mia. Terra senza mare dove l'acqua dolce ha scritto il suo destino. Il Lombardia è una corsa così, come i luoghi che attraversa. Metà nel sole, metà nella nebbia. La nebbia, quella improvvisa che si è mangiata Kwiatowsky e Wellens giù dal Sormano. Nella nuvola in un attimo, sulle strade strette e umide in mezzo ai boschi di robinie. Il sole, quello altrettanto improvviso di Como dopo la paura degli acquazzoni. Il caldo di una giornata di inizio autunno, con le foglie semigialle e i bambini che corrono con le bandierine tricolori in mano.
Nibali scatta in discesa. Mi ricordo di quella volta che l'ho visto scollinare da solo sul Ghisallo. Tutti credevano che il Lombardia fosse suo. Invece gli venne una crisi di fame e finì tutto lì. Era ancora il Nibali che non sapeva come correre, che ci metteva troppo cuoretroppo istinto. Adesso è fin troppo tutto. Ora è simbolo nazionale. Perché ha vinto il Tour, perché è campione italiano, perché quando scatta li lascia tutti lì, non ce n'è per nessuno.
Eppure io continuo ad essere affezionata a quel ricordo, quello lì sul Ghisallo, nitido e veloce come tutti gli istanti congelati nel tempo. Un Nibali tra due ali di folla impazzita. Un Nibali perdente. Un Nibali che correva come un ragazzo. Del resto, è sempre così. Ci restano cose che nemmeno noi crediamo importanti.
L'azione è bellissima. Come questo giorno. La discesa pericolosa, lui è il Vincenzo di sempre. Per seguirlo ci vorrebbe un miracolo che nessuno osa tentare. Con la bicicletta è una cosa sola.
A Como aspettano lui. Sul rettilineo d'arrivo compare la sua maglia tricolore che non è abbastanza. Ci pensa il vento che fa volare una bandierina sul suo petto che neanche a farlo apposta poteva succedere. Resta lì, attaccata alla divisa fino a che tutti hanno scattato la loro foto al traguardo. Di lui. Con le braccia alzate. E il Tricolore.
Ci pensa sempre il vento. A scuotere le foglie, a dire che un anno è finito, a portare la pioggia, a portare il sole. Ci pensa il vento a rendere dorata Como per questo tramonto. I pullman sono pigri ad andarsene, quasi come se la malinconia dell'ultima Classica li obblighi a stare lì, in quell'aria che sa di lago alla sera. A pulire con cura le biciclette davanti agli occhi dei bambini che girano in cerca di borracce.
Qualcuno va ad Abu Dhabi. Qualcuno ritorna a casa. Questo è comunque il sapore di certi addii. Brevi, magari perché tra una stagione e l'altra c'è giusto lo spazio di un piovoso novembre.
Ci pensa il vento a rendere tutto più dolce. A dire che adesso è tempo di tornare a scrivere.
Che in fin dei conti è un po' come viaggiare. Di nuovo.

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