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Come Sandokan

Emilio Salgari. Di lui mi ha sempre colpito il fatto che i suoi romanzi li scrisse viaggiando in tram dalla sua casa alla biblioteca di Torino, unendoci una buonissima dose di fervida immaginazione. Mai visto l'India, mai visto un angolo di quelle terre descritte con dovizia tra le pagine di Sandokan. Personaggi immaginari che si muovono su sfondi che sembrano ben conosciuti e in realtà sono stati esplorati solo con la potenza della mente. A questo ho sempre creduto: siamo più bravi a ricostruire con la testa che con le mani, possiamo viaggiare in profondità anche con pochi passi.

A Dubai non ci sono mai stata. Ho davvero troppi posti ancora da vedere, sono una viaggiatrice appassionata ma di sicuro non esperta. Ma ora che sta per cominciare questa corsa ciclistica per le strade infinite, piatte e polverose degli Emirati, ora che sui social si cominciano a vedere le foto degli hotels luccicanti, della Palm Island sul mare turchese e del Burj Kalifa, ripenso a un'istantanea precisa, un ricordo dipinto da uno di quelli che incontro per caso e sto ad ascoltare per ore senza nemmeno saperne il nome.
Era gennaio ed era freddo, c'era il solito vento che scuote i paesini dell'alto Garda e in inverno li rende semideserti. Tornavo a Milano, prima con il pullman e poi con il treno. Tempo e mal di testa infinito. Ma un signore mi sorride, mi chiede se anche io vado nella capitale lombarda: ha i capelli grigiobianchi, forse ha sessant'anni, forse di più, forse meno. Comincia a parlare di barche, di vento. Fa le regate da quando era un ragazzino. E io resto affascinata da quelle mani magre, secche, un po' rugose che gesticolano e sembrano disegnare quell'universo che ignoro totalmente. Anche se le barche mi sono sempre sembrate, assieme alle biciclette, una delle cose più belle che l'uomo abbia inventato: tutte e due collegano due mondi: cielo e asfalto, cielo e acqua. Prendiamo il treno assieme, lui incontra altri amici: vanno tutti in aeroporto e partono per il Sudamerica. Due mesi di caldo per fuggire da questo gelo italiano. E sul treno, in mezzo al vociare, tra gli odori di un panino al prosciutto, lui racconta di quando è stato a Dubai. Dalla sua voce di narratore improvvisato nascono gli alberghi di lusso, gli ascensori con cento pulsanti e i pavimenti lucidi, di marmi pregiati. Mi resta questa istantanea luccicante in un treno grigio di un pomeriggio d'inverno.
Mi resta proprio come se fossi stata lì, a camminare su quei pavimenti.

Il ciclismo mi fa lo stesso effetto, è un viaggio che ti trascina con sé, lungo le strade che attraversa, in mezzo ai rumori, ai silenzi, alla polvere. Anche se Dubai pullula di nuove ricchezze, i ciclisti continuano a pedalare su due ruote e ad allungare la mano per prendere una borraccia e sconfiggere il caldo secco e impietoso degli Emirati. E' il solito viaggio nel cuore della terra e ritorno. E io sono un po' come Sandokan, personaggio vero e immaginario che si muove in scenari autentici eppure ricostruiti dalla fantasia. Si viaggia da lontano: è uno dei poteri di questo sport, oltre a recuperare l'anima di un paese. Perché nascosto dietro il bianco abbagliante dei vestiti degli sceicchi e le luci dei grattacieli che toccano le stelle, c'è ancora un po' del fascino delle notti arabe, del silenzio e delle infinite sabbie nel vento.

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