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Dimmi di non avere paura

Ci sono giorni che sono come fantasmi. Cerchi di prepararti ad affrontarli e riesce ad essere pure peggio, perché la testa è così, ingigantisce tutto, specialmente le paure.

Il giorno del Blockhaus era uno di quelli, montagna d'inferno dicevano, sperduta nell'azzurro del cielo abruzzese, verde di spazi sopra tutto e quel nome secco e crudo a farlo sembrare uno di quegli orchi delle leggende per far spaventare i bambini e non farli allontanare di sera. 
Era così facile pensare che quell'orco avrebbe spezzato le gambe un po' di tutti, a uno a uno. Ci pensi così, nelle camere degli hotel con fuori la luna sopra il mare e dentro la luce di uno streaming distratto per cullare il sonno che non viene, il solito sonno di quando hai voglia di casa o di un abbraccio, anche se tre settimane sono appena cominciate. Pensi alle prime vere salite, che fanno male da morire forse peggio delle ultime. Sai che c'è ancora strada, ce ne è ancora molta e non riesci a dire se caverai fuori la resistenza per sopportare tutto fino alla fine. 
C'era quella salita come un artiglio sul finale, l'altimetria che non vorresti mai guardare quando sei in partenza la mattina e senti attorno solo l'alito caldo della gente che ama il Giro, che lo vuole toccare da vicino. Tredici chilometri senza respirare. Non ci credeva nessuno forse che fosse arrivato davvero, che il conto alla rovescia fosse finito. E' così quando nutriamo gli incubi, sembrano vicini e poi lontani, sfocati e nitidi. Eppure il ciclismo ha questo potere invisibile di dare una corazza a tutti, di farti sentire a pezzi per la fatica e allo stesso tempo invincibile contro i brutti sogni.
Il Blockhaus svanisce così, come gli orchi la mattina con la luce del sole. Quintana è l'unico a volarci sopra come un rapace senza sorriso, senza peso, senza rumore. Gli altri lo capiscono con il sudore, la fatica e i denti stretti che tutti i giorni peggiori possono essere affrontati così, senza scendere dalla sella. Possono essere affrontati, ecco cosa.
Chilometri di salita, l'artiglio finale, già alle spalle, ancora un po' e poi del tutto. Quella strana consapevolezza che sei vivo ancora e forse lo sei più di prima. Ogni cosa è passata sotto le ruote, lavata via con il sudore e il mal di gambe di quando vai a zigzag e sai che l'ultima curva prima della vetta è lontana. 
La bicicletta è una risposta di quelle che assomiglia all'amore. Assoluta. Fa certi miracoli che non riesci a crederci. 
Stavolta il ciclismo è una carezza, una delle sue, ruvide e buone, come quelli che vogliono bene per davvero e non riescono a dirlo.

E' già lontano questo Blockhaus, già perso nel silenzio di quando il Giro se ne va, sciolto nelle nuvole a sprazzi del pomeriggio in alta quota. Dimmi che non bisogna avere paura, che certe volte i giorni difficili se ne vanno d'improvviso come sono arrivati. Che la fatica lava via i fantasmi persino quando sembrano così grandi da sommergerci. Che ancora una volta ci salveremo andando avanti, qualunque sia la strada che porta in cima.

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