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Fango, polvere e ancora fango

C'era una volta la stagione che cominciava a marzo con la Classicissima di Primavera e l'inverno era più lungo che mai. Gli anni hanno cambiato il mondo e anche il ciclismo. Alcuni ragazzi sono in partenza già in questi primi giorni di gennaio per raggiungere le nazioni dove si corre al caldo, dove sono nate nuove corse.
Negli anni Settanta, il ciclocross era un modo per tenersi allenati. Penso alle foto di Franco Bitossi sui vecchi giornali mentre saltava gli ostacoli, tenendo la sua bicicletta sulle spalle. Tutti si chiedevano il perché.

E' sempre stata una specialità da ragazzi del Nord, anche adesso. Quelli che poi, sul pavè, filano come matti. Il freddo, l'inverno, il fango, la polvere sono cose nate con loro, le hanno dentro come strade scolpite nella pietra. Resistono a tutto.
La verità è che c'è una poesia nascosta che forse non riusciamo a respirare abbastanza o non ha un profumo così intenso. Eppure basta camminare la mattina presto, in mezzo alla nebbia, con il fruscio dei fettucciati mossi dall'aria gelida, per sentire che quello è un altro volto del ciclismo: un volto di ghiaccio e di fango. Basta guardare le ruote che affondano nella terra umida e la tengono per le loro vene di gomma, le maschere irriconoscibili che arrivano al traguardo per riprendersi un po' di quella poesia perduta. Come succede spesso, per comprendere qualcosa, bisogna esserci dentro. Anche se con il ciclismo tutto assume contorni diversi. Bisogna ascoltare e vivere più di una volta. Molte volte. Come certe canzoni che si capiscono con il tempo. E' il destino degli amori profondi. Crescono lentamente e si avvinghiano senza scampo. Il ciclocross è strano, lo ammetto. Ma è un po' come l'uomo sulla luna. Alla bicicletta non basta più l'asfalto, ha bisogno di altri terreni, di altri mondi. E' un mezzo per viaggi infiniti. Fango, polvere e ancora fango. Nuove strade e nuove orizzonti. Si fa più fatica, o forse è una fatica diversa. Anche se resta sempre il punto fermo di questo sport. C'è qualcosa di mai detto nel gesto di non mollare mai, di sopportare tutto. I tacchetti che affondano nel terreno, la polvere sulla faccia anche nelle giornate di sole, gli strappi dove se si è troppo stanchi bisogna appoggiare le mani a terra e salire quasi in ginocchio.

C'è una strana, indicibile, imperfetta magia in tutto questo. Sta nascosta in quelle curve che vanno prese un po' più a destra, nella ruota di quello davanti che sembra sempre più vicina, invece non si recupera nemmeno dopo due giri, nel fango, nella polvere e ancora nel fango di un silenzioso mattino d'inverno.

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