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Fausto Coppi: storia di un cielo celeste

E' questo vento che ha spazzato via le nuvole. Tortona ha addosso una lieve malinconia, piccole piazze contornate da portici, balconcini da romanzo sopra negozi moderni e terrazzini alti sul paese, con l'aria di essere abbandonati quasi. 
Le terre di Fausto Coppi sono come lui. D'altronde è il Giro numero cento che lo sta dimostrando: ogni campione ha assorbito lo spirito ancestrale delle sue radici. Fausto sembra vivere qui, la sua faccia scavata, gli occhi neri e grandi come i suoi occhiali scuri e il suo sterno carenato come un uccello, davvero come un airone, uno di quelli che volano silenziosi e lievi come ballerine sulle risaie, tra campagna e campagna, all'alba o al tramonto. 
Inadatto e tormentato sulla terra come l'albatros di Baudelaire. Eppure maestoso, splendido, perfetto nel suo cielo celeste, la bicicletta. L'ha trascinata nella sua leggenda e adesso quella Bianchi è ovunque in queste vetrine, perché il Giro passa e trascina le storie senza volerlo, persino i bambini arrivano a conoscerle, magari una bici così la sognano perché la vedono nei negozi come giocattoli da desiderare. E' una fiaba nera quella di Fausto, benedetta dal talento, maledetta dalla vita; la guerra e la prigionia, il dolore per la perdita del fratello e gli infortuni e la fuga in Messico per sposare un amore scandaloso per quegli anni. In mezzo, un numero senza pari di vittorie che accese la rivalità più famosa della storia del ciclismo, quella con Gino Bartali. Niente è stato facile, dovuto, regalato. 
Il Giro l'ha vinto cinque volte, in una di queste lo Stelvio ha incoronato il suo eroe. C'era scritto W Faustonella neve, c'era la strada a tornanti più famosa del mondo deserta e un uomo a guardare quell'incoraggiamento fortuito e indelebile. 
Si è sciolta la neve, ne è venuta altra ma quella scritta è rimasta per sempre, invisibile a vegliare la durezza delle curve, a vedere quelli che salgono, a cercare di riconoscere ancora quegli zigomi aguzzi e la maglia celeste. 

Tortona l'ha visto volare via per l'ultima volta una mattina di gennaio. Forse è per questo che è rimasto qualcosa di lui qui, lieve come un respiro. Come quegli aironi che si specchiano un istante nell'acqua e poi spariscono d'improvviso e senza fare rumore. 
Come tutti quelli che usano la bicicletta come via di fuga dal buio.

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