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Fiumi di Birra

'Acqua santa senza ragione'
(Davide Van De Sfroos)

L'Amstel Gold Race è anche la corsa della birra e non è neanche difficile capire perché. Al di là dello sponsor, durante le Ardenne e non solo, quest'acqua amara e d'ambra scura diventa quasi sacra. Una specie di consuetudine che accompagna il rito più antico del ciclismo dalla sua invenzione ad oggi: l'attesa. Luppolo che scorre tra le campagne e sui Muur, dietro le transenne dalle quali si guarda il pavè muto che aspetta il passaggio, quell'istante in cui la tranquillità verrà interrotta bruscamente dagli scossoni silenziosi e dalle urla di chi ha aspettato. Che ci sia l'aria gelida di fine inverno o la brezza gentile dei primi giorni primaverili, sul Cauberg si affollano i tifosi che portano in braccio le cassette piene di bottiglie semitrasparenti. Piene. Servono ad essere svuotate. Quella collina è il cuore aspro della corsa, la pendenza decisiva. Su quelle rampe che arrivano fino al dodici per cento si soffre e si raschia il fondo. L'ultimo lume da tenere acceso per arrivare alla fine.
Si ammucchiano le birre sui prati, qualcuno si siede e qualcun altro preferisce tenere il posto da subito. I cavatappi pesano nelle tasche, qualcuno non l'ha portato, si arrangia coi denti. Rotolano i tondini di alluminio sull'asfalto granuloso dove è quasi asciutta la vernice di chi ha scritto a lettere cubitali il proprio tifo. Si sente nell'aria quell'odore amaro e leggero del primo vapore che esce dal vetro, si mischia con quello del Belgio, della terra, un  po' del bosco. Acqua santa senza ragione scorre giù fino allo stomaco, qualcuno la versa in un bicchiere di plastica bianco, qualcuno se la passa come un calumet. La prima e poi le altre. Lancette liquide che scandiscono il tempo dell'attesa, ubriacatura nel vento di una domenica di ciclismo. Fiumi di birra impetuosi mentre la corsa percorre i chilometri.
E' un rito costruito per caso che ora ha i suoi ritmi ordinati nel disordine di chi canta a squarciagola e si avvolge nelle bandiere con gli occhi lucidi e la faccia rossa d'aria e di alcol. Gli innamorati si baciano e hanno in bocca quel retrogusto amarognolo, se lo scambiano come fanno con il ciclismo, amori condivisi. A qualcuno cade lo smartphone mentre cercava di farsi un selfie ma per fortuna funziona ancora e la connessione va a scatti.

Le ultime gocce si perdono sull'asfalto, tracce che verranno assorbite dal prossimo sole. Ora non c'è più tempo, tra il vetro verdognolo delle bottiglie vuote appoggiate a terra si intravedono le prime macchine e poi laggiù i corridori. Arriva la corsa, la birra ha fatto il suo giusto corso, tutto va come deve andare. Compagna che sta a braccetto nel niente, l'abbiamo inventata come abbiamo inventato le riunioni di amici attorno ai fuochi estivi, scuse plausibili per stare fuori tutta la notte fino all'alba.
Fiumi di birra, assieme a quelli di parole, deliranti o coscienziose nell'aria del nord che continua ad essere il miele amaro di noi api affamate di strada, di vita, di biciclette.

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