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Grandi giri: le tappe di una volta

Ultimante, sembra che per vedere un po' di spettacolo nel ciclismo, bisogna dare ai corridori gli ingredienti giusti, il menù ideale per i Grandi Giri sembrerebbe quello di prevedere tappe brevi, con un chilometraggio massimo di 150 km e un percorso con due/tre salite importanti di cui una nei primi km e una negli ultimi. Con questo disegno abbiamo assistito a frazioni entusiasmanti e tirate dall'inizio alla fine, così a memoria mi vengono subito in mente le tappe di Aramon Formigal all'ultima Vuelta e la tappa dell'Alpe-d'Huez al Tour 2011.

Entrambe le frazioni, sono state animate da Alberto Contador che nei primi km ha attaccato in prima persona, portando via gruppetti più o meno numerosi, nel tentativo di ribaltare situazioni che lo vedevano lontano dalla lotta per la vittoria finale. Entrambe le volte, Alberto, non solo non ha ribaltato la classifica ma non ha nemmeno vinto la tappa, rimanendo sostanzialmente con un pugno di mosche in mano ma vedendo aumentare a dismisura l'amore e la stima degli appassionati nei suoi confronti.

Queste frazioni, corte e dure sono certamente affascinanti e spettacolari, ma mancano di uno di quegli elementi che da sempre sono fondamentali per far emergere i corridori da GT: la distanza. Stare sei/sette ore in sella, affrontare dislivelli attorno ai 5000 metri, salite di un'ora più volte e così via, da alla corsa quel qualcosa in più che le tappe brevi, per quanto spettacolari, non potranno mai darle.

Vedere martedì scorso i corridori del Giro affrontare Mortirolo e due volte lo Stelvio in una tappa di 227 km non ha fatto altro che ricordarci ancora una volta che sono queste le tappe che servono a dividere i campioni dai fuoriclasse. La tappa non ha provocato distacchi abissali o scritto la parola fine sul Giro ma ha chiarito definitivamente chi può giocarsi e chi no, questo Giro.
Sin dalla Sardegna, questa era stata indicata come la vera frazione che avrebbe fatto da spartiacque ed in effetti così è stato, con la lotta per la maglia rosa che sebbene non si sia ristretta ai soli Nibali e Quintana, come ci aspettava alla vigilia, ha escluso dalla contesa tutti gli altri corridori ad eccezione di Tom Dumoulin, che comunque è passato da padrone incontrastato e apparentemente imbattibile, a padrone con tanti punti interrogativi sulla sua tenuta.

Questi tapponi massacranti, che non saranno più spettacolari come una volta ma che spesso sono addirittura lunghe processioni in fila indiana, continuano a rimanere i momenti decisivi per i GT, perché entrano in gioco il fondo, la resistenza, la capacità di gestirsi, la capacità di non lasciare nulla al caso e di non trascurare alcun dettaglio, visto che in queste circostanze, col fisico sottoposto a sforzi quasi indicibili, anche un gesto apparentemente insignificante come mettersi o no la mantellina può fare la differenza.

Negli ultimi anni queste frazioni sono diminuite sempre di più e forse il ciclismo dei tapponi dolomitici con distanze quasi da Milano-Sanremo è finito, ma quelle poche volte che vengono affrontate, fanno ancora la differenza ed è lì che si esaltano gli animali da corse a tappe come Nibali o Quintana, due che più a lungo e più duramente si pedala, riescono ancora a fare la differenza come nessun altro.

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