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Gustav Deelor, la guerra e i fili di tutte le storie

A volte la guerra spezza le storie, oltre che le vite. Quello che si può fare è ricucirle, porvi rimedio, ricomporle da dove si erano strappate. Anche se niente sarà davvero come prima. Lo fece Fausto Coppi, dopo la sua prigionia in Africa. Non lo fece Gustaaf Deloor, il primo vincitore della prima edizione della Vuelta a España nel 1935. Perché non è semplice dire quello che fa la guerra, non si può spiegare nemmeno vedendo certe immagini. Non ci tocca niente, a parte quando ci parlano alla pancia. Non ci tocca niente di quello che dovrebbe toccarci nel profondo e stringerci in una morsa. Così dovrebbe essere, così riusciremmo a sentire ogni cosa.

Magari in quel campo per prigionieri di guerra della Germania est, vicino al confine con la Polonia non c'era nemmeno tempo per pensare a chi era stato, a cosa aveva fatto. O forse sì. Forse durante certe notti di freddo e di vento, per Gustaaf era facile sognare quella Vuelta, quell'Albo d'Oro vergine firmato per la prima volta.
Forse era semplice, malinconico e allo stesso tempo un po' '“ solo un po' '“ confortante, ripensare al duello tra lui e Mariano Cañardo, a quella primavera che era capricciosa e normale per uno nato in Belgio, abituato ai cieli bianchi, al silenzio delle stradine in giorni di aprile che sembrano inverno. Era facile ripensare a quegli attacchi dello spagnolo, quei continui attacchi per prendersi la maglia che aveva conquistato nella terza tappa. Aveva tenuto duro, proprio come abitua la bicicletta. Come gli avevano insegnato i suoi genitori, entrambi operai. Aveva tenuto duro, come la vita chiede. Sempre.
Così erano stati i suoi anni migliori. Le prime due Vuelte, una tappa al Tour de France, un secondo posto alla Liegi. Poi era scoppiata la Guerra Civile Spagnola, poi Hitler aveva invaso la Polonia. Poi non si poteva più correre, si doveva combattere.
Ma il ciclismo è una specie di magia impensata, anche in posti dove la magia è più lontana che mai.
In quel campo per prigionieri di guerra, un ufficiale tedesco lo riconosce: è appassionato di ciclismo e questo gli vale un posto da cuoco, una specie di grazia in onore al merito. Un lasciapassare che gli farà trascorrere quei giorni al sicuro, risparmiandogli le sevizie.
E' strano come lo sport in generale ma il ciclismo in particolare riesca a riprendersi un piccolo barlume di umanità dove sembra totalmente scomparsa. Forse c'è una cosa che affascina gli uomini più del potere ed è il fatto di essere un po' eroi, di aver vinto qualcosa con la forza del cuore e delle gambe. Di aver vinto a denti stretti, difendendo tutto. Sé stessi e la maglia. Sé stessi e la vita.

In quel campo molti furono uccisi, come in tanti altri luoghi circondati dal filo spinato di quegli anni. La bicicletta, in un certo senso, salvò Gustaaf dalla morte, forse. Eppure, dopo la liberazione dell'Armata Russa, dopo la fine della guerra, lui non ne volle più sentire parlare. Tutto quel tempo passato troppo lontano dalle corse e troppo vicino ai fucili puntati addosso, gli aveva fatto dimenticare quella sua storia scucita, il ragazzo che era e quello che magari voleva diventare.
Non aveva più fili per ricucire sé stesso al suo amore di sempre. Nessun filo per restare. Allora si trasferì negli Stati Uniti fino a che, poco prima di morire, tornò a casa, nel suo Belgio.
Che alla fine, alla fine di tutto, ogni storia ha un modo tutto suo di ricucirsi, prima o dopo. Senza avere per forza una morale. Che alla fine troviamo sempre un modo per riunirci a quello che eravamo, a ricomporre tutti i nostri noi. Quelli vincenti e quelli perdenti, i tristi e i felici.
Che alla fine Gustav Deelor resta il primo nome scritto su quell'albo d'oro. Il primo vincitore della Vuelta a Espana.

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