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Hello Kittel

Quando uno diventa una specie di supereroe, i soprannomi si sprecano. Hello Kittel è decisamente il meno azzeccato per un ragazzone di uno e ottantasette per quasi novanta chili come Marcel Kittel. Ma forse, allo stesso tempo, è quello più divertente che testimonia la Kittel-mania di questi ultimi tempi. Lui ride, sorride, ama i fans come loro amano lui perché è uno che mette d'accordo tutti, nonostante le polemiche del Giro di due anni fa e quella febbre che i più maligni hanno interpretato come poca voglia di tornare in Italia dopo aver vinto le prime tappe rosa all'estero. Di fatto Marcel è un personaggio troppo carismatico per lasciarsi offuscare dalle polemiche. Sa di essere bello, sa di essere forte. E il mix di ciuffo biondo, Rayban e gambe da missile negli ultimi trecento metri di ogni arrivo lo rendono irresistibile.

Ma il duemilasedici ha forse un significato più profondo dello scintillio che emana costantemente il biondino tedesco. Quello che vediamo è il Kittel di sempre: le sue volate trionfali, lui che si mangia i metri come fossero panini e gli avversari che restano a bocca aperta. In realtà quello che è riuscito a fare quest'anno non è solo riconfermarsi ma ritornare. E c'è una profonda differenza. Soprattutto per la scorsa stagione che Marcel ha trascorso completamente isolato, persino dalla sua immagine. La gente, d'altronde, fa presto a dimenticarsi di te, soprattutto quando sei un velocista, un ruolo complicato e a volte facile da sostituire. Quando non fai la volata, in pratica non esisti. Marcel è letteralmente sparito per una lunghissima infezione virale che lo ha tenuto lontano dalle scene. A parte la prima vittoria in Australia, il duemilaquindici è stato un anno sfortunato, di ritiri continui e di corse saltate, di condizioni stabili ma totalmente estranee a quelle alle quali ci aveva abituato. Niente Giro e niente Tour. Dal tutto al nulla. Son gli scherzi del ciclismo, si cade in un momento e dal cielo all'asfalto la distanza è più breve di quanto si pensi. Di sicuro, in quella stagione di silenzio, Marcel ha dimostrato di saper essere forte anche lontano dai rettilinei d'arrivo. Un velocista ha bisogno di lucidità ed istinto dosati alla perfezione, sono fondamentali per gestire il delirio di una volata e i gomiti a pochi centimetri da te mentre sei a tutta. Un ciclista ha bisogno di sentire l'equilibrio anche quando non sta sui pedali.
Non so come Marcel l'abbia trovato. L'ha fatto in silenzio, ed è giusto. Ognuno ha i propri segreti per far andare d'accordo testa e gambe. Sta di fatto che adesso è di nuovo lui. Fa di nuovo paura ad ogni arrivo in rettilineo, dietro si mangerebbero vivi per tenere la sua ruota e soprattutto ha ripreso il piacere di vincere da re.
Niente polemiche al Giro, questa volta. Solo un piano assolutamente perfetto. Volata imperiale nella seconda tappa, maglia rossa e poi sprint da uragano nella terza per prendersi un sogno: la maglia rosa. Sembra tutto come prima e non lo è. Qualcosa è cambiato per forza, c'è una cicatrice invisibile di un momento vuoto, uno spartito senza note. Marcel ha fatto un buon lavoro, ci ha ricostruito sopra sé stesso senza perdere la direzione. D'altronde, coi vuoti, c'è abituato: ce n'è uno grande come il mare ed è quello subito prima della linea bianca. La vita che si interrompe e poi riprende. L'attimo di istinto, dopo la lucidità. Uragani. Quando li conosci, sai come entrarci e uscirci. Sai come domarli.

E così è di nuovo Kittel-mania, il ciuffo perfetto come ogni volata, come il suo nuovo treno. Di nuovo, i complimenti e i soprannomi si sprecano.  Altro che Hello Kittel, però! Anche di rosa vestito, Marcel, più che a un gattino somiglia a una tigre in caccia, nel suo habitat preferito.
Hello, Marcel. Bentornato, predatore.

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