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Il ciclocross, il bosco e il fango

Qualcuno dice che se riusciamo a entrare in contatto con noi stessi nel profondo, se sappiamo guarire dalla distrazione e sviluppare una certa sensibilità verso i piccoli segni di tutti i giorni, esistono chiare tracce di quello che siamo stati nella nostra vita precedente. Un odore, un colore, una persona, un luogo. Certe volte abbiamo un rapporto così intenso con un elemento o con un posto che ci sembra di conoscerlo da sempre, da prima, da molto prima. Come se fosse stato parte di noi. Davvero.

Certe volte la bicicletta è una specie di tramite. In un certo modo amplifica tutto. Il dolore e la beatitudine. Le battaglie perse e quelle vinte, dentro di noi o sulla strada. E' lo strano e silenzioso legante che riesce a unire due fili staccati. Noi e il destino.
Il ciclocross lo considero un rito ancestrale, come quando gli indiani si dipingevano la faccia prima di combattere. Il fango come propiziazione lungo tutta la corsa, maschere di guerre solitarie, perché prima di tutto devi vedertela con te stesso. E poi il bosco, come luogo sacro per compiere l'incanto
Namur è un posto che sembra magico. Per i suoi alberi alti e spogli, tronchi sottili e neri verso il cielo bianco, per la sua terra scura, impasto delle sere, delle piogge. Namur che nel suo abbraccio quieto nasconde strappi secchi e infernali che ti spremono le gambe nell'orgoglio di non voler scendere dalla sella. Con i suoi solchi profondi che con la bici devi essere una cosa sola per non cadere. E perdere tempo, tempo prezioso.
Perché il ciclocross ti chiede di essere tutto - sveglio, cauto, istintivo, forte, calcolatore '“ in poco meno di un'ora. Senza fermarsi. Nessun tentennamento è contemplato. O forse sì, se poi riesci a rimediare. 
Lo sa bene Vout van Aert, che è un po' il Vettel del fuoristrada, quello dei tempi migliori, che con la Red Bull partiva in dodicesima posizione e rimontava tutti come un tirassegno. Vout ha il dono di una lucidità spaventosa. Non so se sia per la consapevolezza delle sue capacità o piuttosto per un istinto naturale ma sta di fatto che non  si arrende mai, nemmeno quando tutto sembra finito. Nemmeno quando la giornata non è dalla sua parte. Non importa. Sempre a inseguire, sempre a fianco dell'eterno rivale. Una corsa all'ultima destrezza per tutti i tre giri finali. Semidei entrambi nei settori cuciti addosso a loro, in un modo o nell'altro. Che alla fine il vincitore è uno solo ma il resto è di nuovo rimandato.

Forse esiste un destino scritto ancor prima della nascita. Forse esiste qualcosa che ci appartiene da tempi infiniti. Lo scopriamo subito oppure con il tempo. A volte ci sono dei temporali che fanno spuntare semi che erano rimasti troppo in profondità.
Di sicuro questo è il modo più ancestrale e mistico di guidare una bicicletta. Quello che ci ricorda quanto spirito di adattamento può nascondersi in ciascuno di noi. 
Il fango e il bosco per un rito che insegna anche la sopravvivenza. Che poi è un modo per sapere quanta forza abbiamo dentro. Non ce ne accorgiamo mai.

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