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Il Ghisallo, luogo simbolo del ciclismo

Una chiesetta bianca, piccola, con il campanile di pietra come quelli di montagna. Il Ghisallo è un colle che collega la Valsassina al triangolo Lariano. Da qui si vede il ramo del lago di Como del Manzoni, la punta di Bellagio e tutti i paesi sulle sue rive. Sembra strano che questo piccolo angolo d'Italia sia conosciuto in tutto il mondo. Secondo una leggenda antica, nel Medioevo, durante un assalto di briganti, un uomo fece voto alla Madonna di costruire una chiesa in suo onore se si fosse salvato. Dal 1949 la Madonna del Ghisallo è la patrona dei ciclisti. La sua effige è incisa sulle medagliette d'argento che si portano al collo o su certe fascette da affrancare al telaio della bicicletta. La storia parte dagli anni di Coppi e Bartali. E ancora prima, da quando Binda affrontava il Giro di Lombardia con trentaquattro uova fresche nello stomaco. Di sicuro, per la Classica delle Foglie Morte, il passaggio da questo colle è sacro. Un rito. Un simbolo. Il ciclismo ne ha tanti. Luoghi che sono come santuari che qui c'è per davvero. E' diventato dei ciclisti perché è proprio lì, in cima a una salita, il tratto di strada che in questo sport fa uscire l'anima, la fa dannare curva dopo curva, pendenza dopo pendenza. Certi scalatori, in montagna, hanno il privilegio di volare sui pedali, di non sentire la fatica, di soffrire di più un tratto in piano, sempre uguale. Ma per tutti gli altri, le campane che suonano al passaggio, devono sembrare una specie di richiamo angelico. E' finita. Poi si ricomincia, da un'altra parte, con altre fatiche. Ma intanto questa è finita.

Da qui ci è passato Bartali, ci è passato Coppi. Ci è passato Baronchelli in una giornata da tregenda che lo portò alla vittoria. Ci è passato Nibali in un giorno di sole e gli erano piovute addosso critiche. Perché aveva attaccato troppo presto, perché la crisi gli aveva spezzato le gambe sull'ultima salita prima del traguardo. Ma la gente che c'era in cima, durante quel Giro di Lombardia, gridava Vincenzo e non pensava a niente altro se non a quel ragazzo di Messina che andava via ancora d'istinto.

E' questa la storia della chiesina bianca che accoglie i ciclisti che passano da questa strada che le mattine d'inverno è fredda e immersa in un mare di nebbie. Tra le sue mura si tiene stretta i cimeli che i ragazzi in bicicletta le hanno portato, come dei voti, come quei cuori che si vedono appesi sulle pareti delle chiese vicino alle statue. Le maglie, quelle nuove o quelle ancora di lana, le bici d'acciaio, le medaglie, le foto. Mi ha sempre affascinato l'insieme vario e disordinato di oggetti che pur avendo un comune denominatore, parlano lingue diverse e hanno vite diverse. Nel ciclismo i racconti sono tanti, a volte si ripetono, a volte se ne parla soltanto una volta, qualcuno se li dimentica, qualcuno se li ricorda per sempre.

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