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Il Giro delle fughe

Davide Formolo, Jan Polanc, Beñat Intxausti, Paolo Tiralongo, Nicola Boem, Illnur Zakarin sono i nomi di alcuni dei corridori che stanno disputando il Giro d'Italia. A prima vista non c'è molto che li accomuni e invece a legarli è una delle cose più belle e difficili del ciclismo: la vittoria.

Tutti e sei hanno vinto una tappa in questo Giro, e per farlo hanno scelto lo stesso modo, la fuga da lontano. Ad eccezione di Boem che a Forlì si è imposto allo sprint battendo i compagni d'avventura, gli altri cinque successi sono arrivati in beata solitudine dopo aver staccato i compagni di fuga.

La fuga è sempre qualcosa di romantico, è la sfida tra il più debole e il più forte, di pochi (fuggitivi) contro tanti (gruppo) e quando queste azioni hanno successo, oltre alla soddisfazione di chi vince, anche agli occhi dei tifosi questi successi hanno sempre un fascino particolare e portano all'esaltazione di quella fatica e di quell'eroicità che da sempre contraddistinguono il ciclismo.

Tutto bello quindi finora in questo Giro, dove in più occasioni i fuggitivi sono riusciti a beffare il gruppo, anche in occasioni in cui non sembravano esserci possibilità. In realtà vedere arrivare sei fughe su 10 tappe in linea forse è un po' troppo e anche il più accanito sostenitore degli attaccanti non può non concordare con ciò e sul fatto che questi successi perdano un po' di valore o almeno di fascino.

Passando ad aspetti un po' più tecnici vedere cinque arrivi solitari su sei fughe dimostra che non sempre chi va all'attacco riesce a giocarsi fino in fondo le proprie possibilità o perde dopo aver dato tutto quello che aveva. Alcune volte è normale come all'Abetone (Polanc) o a Campitello Matese (Intxausti) visto che erano arrivi in salita, altre volte come a La Spezia (Formolo), San Giorgio del Sannio (Tiralongo) e Imola (Zakarin) i vincitori hanno fatto la differenza in salita, ma alle loro spalle gli altri attaccanti non sono riusciti ad organizzarsi ed hanno certamente agevolato il loro compito.

Con così tante fughe, però, a finire sotto accusa non può che essere il comportamento del gruppo, visto che solitamente è il gruppo che decide le sorti delle fughe. In un grande giro solitamente nei primi 10 giorni le squadre migliori tengono la corsa chiusa e le fughe sono difficilmente vincenti, con i fuggitivi che hanno i loro spazi principalmente negli ultimi 10 giorni. Fino ad oggi, in questo Giro, nessuno o quasi ha tenuto la corsa chiusa, già nelle tappe liguri l'Orica che aveva la maglia rosa aveva fatto capire l'andazzo che ci aspettava e se a Sestri ha vinto Matthews in volata (non a ranghi compatti) il merito è della Tinkoff che ha tenuto la corsa chiusa per evitare problemi a Contador.

Premesso che anche una tappa per velocisti come quella di Forlì è sfuggita al controllo del gruppo, con la sola Lotto Soudal a tirare quasi tutto il giorno il plotone, sono state le tappe di media montagna e i due arrivi in salita quelle frazioni in cui il gruppo ha mostrato le sue lacune. Se nei due arrivi in salita l'Astana di Aru, che negli sprint ha sempre preceduto Contador, non se l'è sentita di tenere la corsa chiusa nonostante abbia mostrato di essere la più forte del lotto, nelle altre occasioni è emersa l'inconsistenza del gruppo dove oltre a mancare i gregari, sono proprio gli uomini che dovrebbero giocarsi quei successi a non esserci o meglio a non offrire le garanzie adeguate, e senza punti di riferimento è ovvio che abbiano buon gioco i coraggiosi attaccanti.

Questa mancanza di controllo da parte del gruppo ci ha regalato finora tappe sempre spettacolari e anche giornate che sembravano dovessero essere noiose hanno offerto emozioni e incertezza fino al traguardo,  ma vedere il gruppo che lascia tutto questo spazio e squadre non attrezzate fino in fondo per correre una gara come il Giro non è il  miglior modo di onorare una gara storica come la corsa rosa.

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