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Jan Janssen, il ragazzo in giacca e cravatta

Forse l'Olanda è un paese magico. Per i mulini al tramonto, per le case rosse e gialle dai tetti spioventi che si specchiano nei fiumi tranquilli, per le distese di tulipani nel vento. O per le biciclette. Un legame profondo e autentico quello che si instaurato nel tempo tra mezzo e territorio.
Jan Janssen ha portato il suo Paese sulla vetta del Mondo a Sallanches, nel 1964. Quattro anni dopo diventò il primo olandese a vincere il Tour de France.
Ma la sua storia non comincia con la bicicletta.

Niente colpi di fulmine da bambino. Jan comincia a lavorare fin da giovane aiutando i suoi genitori. Scavavano la terra, costruivano edifici. Comincia ad andare in bici a sedici anni con la squadra di ciclismo della sua città. In due anni vinse venticinque corse. Era bravo. Anche se oggi dicono che Jans era bravo un po' in tutto e questa, a volte, suona come una definizione superficiale. Era una sorta di Wiggo in una società ancora troppo abituata ad etichettare il grande scalatore o il grande cronoman e ad esaltare una certa tipologia di campione.
Jan era diverso in molte cose. A partire dallo stile. Capelli biondi pettinati all'indietro e con la riga di lato, come voleva la moda dei primi anni Sessanta, scarpe di pelle e valigia di cuoio per i kit da ciclismo. E completi cuciti su misura per affrontare le trasferte quando gli altri sposavano la comodità di jeans e felpa.
Il 1967 fu il suo golden year. Aveva ventisette anni, si prese la Parigi Roubaix, la Vuelta e arrivò quasi primo al Campionato del Mondo. Quasi perché davanti a lui c'era il Cannibale Eddy Merckx. Jan era già stato campione del mondo qualche anno prima. Il suo palmares è un bottino incredibilmente variegato. Dalle tappe al Tour alle corse del Nord, dalla Parigi Nizza alla Vuelta. Fino agli Champs Elysees. Quel Tour lo vinse a suo modo. Attaccò sull'Alpe D'Huez, disobbedendo al direttore sportivo, arrivò in solitaria e a Parigi vestì la maglia gialla con soli trentotto secondi di vantaggio su Van Springel. Il primo olandese a salire sul primo gradino di quel podio. Un record ottenuto con carattere ed eleganza.

Jan è stato anche il primo ad avere una visione critica sui meccanismi del ciclismo moderno che vedeva la sua alba proprio in quegli anni. Se gli sponsor sono fondamentali per lo sviluppo di questo sport, allo stesso tempo, lui aveva posto il problema della motivazione professionale, spesso stretta tra le briglie delle esigenze di marketing.
Un profondo contrasto che, tra sorrisi e diplomazie, non si è mai riusciti a risolvere nemmeno ai giorni nostri, caso ultimo quello di Fabio Aru semicostretto alla trasferta Kazaka in concomitanza con l'ultima Classica di stagione.

Jan Janssen si ritirò dal professionismo con la consapevolezza di aver dato tutto e con il profondo desiderio di non diventare una stella cadente, trascinandosi di stagione in stagione. Avviò un'azienda di biciclette che ancora oggi porta il suo nome e sorride quando la gente lo riconosce per strada.
Orgoglio di campione, mascherato da quella sottile e discreta eleganza che non lo ha mai abbandonato. Un ragazzo in giacca e cravatta lucido e intelligente. Gli avevano detto che somigliava a un uomo d'affari più che a un ciclista. Forse, nella sua carriera, è stato un po' tutti e due. La fatica e i soldi sono due cose che raramente si comprendono ma qualcuno è più dotato di altri a fare l'ago della bilancia.
E' questione di equilibrio, come in bicicletta.
E di talento, come in bicicletta.

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