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Jempi Monseré, il belga che sfidò Merckx

Jean-Pierre Monseré, storia di un belga diventato campione del mondo nell'era in cui per i belgi c'era solo un dio. Una carriera così intensa e così breve che ha scritto le pagine più commoventi e ribelli del ciclismo degli anni Settanta.

Lo chiamavano Jempi, nato a Roeselare, sul mare del Nord, amico e compagno di avventure di quel Roger de Vlaeminck che sarebbe poi diventato in fretta e per tutti il Drago del Pavè. Diverso Jempi, da Roger  burbero e suscettibile certo ma anche da sua maestà Eddy Merckx che in quegli anni spadroneggiava con l'aria di essere imbattibile per i comuni mortali. Il Cannibale con quello sguardo trasognato prima e affamato poi, come un tornado in bicicletta mentre Jempi sempre sorridente, bello anche, con quella classe che hanno tutti quelli che hanno corso '“ e bene '“ in pista. Così diversi, anche nell'essere vincenti.

Nel 1969 la Flandria cerca qualcuno in grado di battere Merckx e trova Monseré che ha poco più di vent'anni e una carriera assolutamente promettente, nonostante l'abitudine a collezionare secondi posti in volata. Poco dopo aver firmato il contratto Jempi arriva terzo al Campionato delle Fiandre e secondo alla Coppa Agostoni dietro ad uno scatenato Franco Bitossi. Stesso copione e stesso piazzamento al Giro di Lombardia di quell'anno poi scivolato nelle sue mani a tavolino, dopo la squalifica di Karstens. Qualche mese di professionismo e già una classica nel suo palmares, ma per Jempi quella è solo l'ennesima sconfitta. Non gli interessano le conquiste a tavolino, conta la strada, quella e basta. Passa l'inverno e la primavera a trionfare nelle Sei Giorni e nei circuiti, sfiorando appena le Classiche importanti. 
Ma il ciclismo è strano: non sai mai che piani ha per te. 
E' metà agosto, Jempi sta bene, Merckx meno. Sono in squadra insieme, per una volta, perché a Leicester si corrono i Mondiali e c'è Felice Gimondi in fuga e c'è un Cannibale sulla soglia della santità che rinuncia a fare il capitano e cede i gradi a Monseré. Ventuno anni, brillante eterno secondo, a far la corsa al posto di un dio. Lui scatta al contrattacco con un compagno, riprende Gimondi che vuole sfiancarli all'ultimo giro. Ma non c'è niente come la sensazione di avere, anche solo per un secondo, la più grande occasione della vita. Scorre la rabbia, la rivincita, insieme a qualcosa che con gli anni perdiamo quasi tutti: l'impulsività. Che è una cosa a diretto contatto con il cuore. Che è una cosa che se la sai usare bene, ti fa vincere le corse. Fa parte del gioco, fa parte del talento.

La storia dice che Gimondi tentò di convincerlo a falsare lo sprint in cambio di un mega contratto in Salvarani e lui, di tutta risposta, gli scattò in faccia senza girarsi nemmeno un istante. Sapeva di essere il più veloce, lo sapevano tutti, persino Felice Gimondi che lo vide alzare le braccia sul traguardo. Jean-Pierre Monseré diventò Campione del Mondo dell'anno 1970. Anche se niente, in fondò, riuscì a distoglierlo da ciò che nessun ciclista riesce a placare mai nell'arco dell'intera esistenza: la fame della competizione. 
La sfida a Merckx, il desiderio prepotente e quasi ossessivo di vincere la Sanremo.


Ma il ciclismo ha piani incomprensibili, lancia le stelle e le fa sparire senza dolcezza come un'alba improvvisa dopo una notte attesa per troppo tempo. Nel 1971 Eddy vinse ancora la Classicissima, per la quarta volta, ma Jempi non c'era su quell'arrivo tormentato dal freddo che sembrava soffiare tutto dal nord massacrando la costa di Ponente. Non c'era Jempi, il giorno della sua grande sfida. Se ne era andato pochi giorni prima, mentre era in fuga durante una piccola gara di preparazione, senza riuscire ad evitare l'impatto con una macchina ferma in mezzo al percorso.
Sono dolorose le cose incompiute ma sono così intense le esistenze cucite a doppio filo con la strada, non hanno tempo da perdere a pensare che non è ancora il momento di rischiare. Non sono fatte per vincere e basta, per restare ferme in un punto a prendere gli applausi. 
Sono già altrove, in fuga verso la bellissima e tragica e controversa storia che il ciclismo ha scritto per loro.

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