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Kittel, Cavendish e la voce del deserto

Il ciclismo ha un rapporto simbiotico con la strada e i luoghi che attraversa. Nessuno stadio e allo stesso tempo tanti. Alcuni più storici di altri. Alcuni nuovi e forse troppo insoliti, odiati o amati. 
Quello che, in fin dei conti, rimane uguale è il feeling tra il ciclista e la strada. Ognuno ha il proprio modo di sentirsi a casa in ogni angolo del mondo.

Quelle di questi giorni, negli Emirati, sono gare nuove, condite dei luccichii delle nuove sbalorditive costruzioni degli sceicchi. Il bianco dei palazzi che contrasta con il turchese del mare e poi, attorno, il deserto che per noi ha un'anima sconosciuta. Per i velocisti questo è un richiamo strano e allo stesso tempo naturale: strade piatte e infinite, senza scuse. Il vero nemico il vento. E i ventagli. Per il resto, bisogna essere camaleonti. Adattarsi. Questa è forse la prima cosa che un ciclista deve imparare. Trasformarsi senza perdere mai sé stesso.

Marcel Kittel e Mark Cavendish sono così simili e così diversi. Uno tedesco, l'altro inglese. Uno quasi sazio delle infinite vittorie, tre bambini che lo aspettano a casa e per cui si veste volentieri da Peter Pan durante le feste, un cambio di squadra, l'abbandono di un treno per l'altro. L'altro reduce da una stagione difficile dopo aver vinto praticamente tutto, una carriera che è iniziata da così poco e che è già piena di gioie e dolori.
In comune hanno l'amore. Quello per la velocità, naturalmente. Ed è sempre l'amore che ci salva.
Kittel ha ritrovato il sorriso al Dubai Tour. Una vittoria studiata quasi a tavolino, basata sulla strapotenza di due volate che ci hanno riconsegnato il solito ragazzone dalle spalle grandi e il sorriso gentile. Hello Kittel. Bentornato. E' stata la voce del deserto a fargli capire che forse era finita davvero, che il calvario quasi inspiegabile dello scorso anno, il silenzio del tempo passato lontano dalle corse bisognava lasciarselo alle spalle. Nuovo treno e nuova squadra. Nuovo paragrafo dopo un punto troppo fermo.
Anche per Cav, pochi giorni dopo, il deserto ha qualcosa di speciale. La prima volata al Tour del Qatar è sua. Non è semplice trovare motivazioni quando hai vinto tutto. Wiggo se ne è inventate di ogni per togliersi dalla monotonia. Per quelli incastrati nella purezza di un ruolo non è facile, di sicuro lui ci ha messo del suo. Cambiare aria è servito. Cannon-ball. Bentornato, se mai te ne fossi andato via.

Sono i soliti Cav e Kittel, eppure qualcosa è cambiato. Qualcosa di nuovo. Perché alla fine il segreto è questo: non tutti sono capaci di continuare a cavalcare l'onda anche se stare in bilico su un equilibrio precario è il mestiere di tutti i ciclisti. Il deserto li ha riportati a sé stessi, la strada tutta diritta li ha richiamati a sé.  Sarà la stagione a decidere se saranno in grado di cavalcare l'onda che si è rialzata per loro. Di sicuro hanno dimostrato che non sono uomini che si lasciano scalzare dal trono così facilmente. Per il talento, certo, ma anche per quel modo che hanno di rispondere alla voce della strada sempre dritta che li porta in un lampo fino all'arrivo.

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