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Kristian Sbaragli: la prima cosa bella

A quattro chilometri dal traguardo la fuga non c'è più. Sarà volata. E' ancora presto per inseguire i treni, non è mai troppo presto per costruire una tattica o piuttosto per preparare la testa alla mischia. Cercare di visualizzare quale sarà il tuo posto. E cercare di trovare mille possibilità su quello che potrebbe andare storto. E trovare soluzioni. Sempre meglio avercele. Anche le più strane. Non si sa mai. Perché le volate sono difficilmente prevedibili.

Kristian Sbaragli me lo ricordo sempre così: una mattina di febbraio a Laigueglia con Martin Wesemannaccanto all'ammiraglia della squadra, la MTN '“ Qhubeka. Dietro di loro i meccanici attorno alle bici prima della partenza e più dietro ancora uno di quei muretti che nascondono uno di quei giardini liguri che danno sulla strada e a inizio primavera si riempiono di mimose. Io ho fatto una foto a loro e loro a me. Scherzi a distanza. Istantanee. Ne ho tante.

Qui c'è agosto e c'è la Vuelta, ancora povera di vittorie italiane. Kristian è lì con la maglia della stessa squadra di quella mattina. Ha già detto a qualcuno che quello è il suo giorno. La squadra che poi non è solo un team. Sa già che se quella linea bianca sarà sua la dedicherà a loro. Che non vuol dire solo ai suoi compagni, allo staff. Qhubeka significa anche tutti quei bambini in Africa che avranno una bici grazie a loro. Perché quando questa fatica si lega a un progetto ha ancora più senso. C'è quella curva, l'ultima. Il rettilineo, due uomini davanti a lui, quella terza posizione perfetta e gli ultimi metri da mangiare in un sol colpo. Forse come aveva immaginato o forse no. Degenkolb rimonta ma il colpo di reni non basta. Ci vorrebbero altri due metri. Per Kristian va bene così. Tutto perfetto.

Ma la prima cosa bella è quell'esultanza sul podio. Non avevo mai visto nessuno saltare così, come un bambino felice. Felice davvero. E poi fermarsi, restare per una frazione di secondo immobile con i fiori rossi in mano e bersi d'improvviso quella folla davanti a lui. Gli occhi lucidi. Improvvisi anche quelli arrivano così, senza programmi come certe volate che hai immaginato mille volte ma mai come ora nel modo giusto. Ecco è questo. Quell'istante in cui ti rendi conto. Senti gli occhi lucidi perché solo ora sai che hai vinto davvero. Ti accorgi di tutto. Ti accorgi di essere lì.
La prima cosa bella è quella commozione che arriva dopo l'euforia. Il momento di calma nella confusione. Un istante. Che sarebbe bello tenerseli fotografati così. Forse ci rimangono davvero. Polaroid casuali che poi riemergono a tratti, vivide come se fossero state scattate un secondo fa.
La prima cosa bella di questa mattina sarà stato svegliarsi e capire che c'era un giorno di più per gustarsi quella vittoria, prima di ricominciare a inseguire il vortice che bisogna inseguire in tutte le corse a tappe.
Questa notte non sarà abbastanza lunga da cancellare il ricordo. Questa è la prima cosa bella del ciclismo: tutto rimane. Il dolore ma anche la felicità restano intensi così, come la prima volta che li hai provati. Non li scordi più.

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