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La campagna del Nord. Chiamalo inferno, chiamalo paradiso

E' così che lo pensano, un vortice in cui perdere tutto, persino sé stessi a volte. Una specie di girone infernale dove si annulla tutto a parte il dolore. La chiamano Campagna del Nord, come se si dovesse partire per una guerra. E forse in parte hanno ragione.
Ma il Belgio ha l'anima del ciclismo autentico, una scorza pacata e tranquilla e il cuore in tormento. Due volti, due vite. Una sola tempesta. E come tutte le tempeste ha il potere di disordinare e riordinare nel tempo di uno schiaffo. O di un passaggio. 
Come tutte le tempeste ci passi attraverso e ne esci diverso. Ascolti il dolore e ascolti te stesso, è così che si scava a fondo. E' così che il ciclismo scava: fa male e ancora male. E poi ti accarezza e ti dice che era necessario, che potevi capire solo in quella maniera. 
Prima condanna e poi salva.

Campagna del Nord la chiamano. Le vene di pavé sconnesso che attraversano i campi silenziosi diventano reliquie, diventano spettri. Ci passi attraverso nei giorni in cui i cieli sono bianchi o i tramonti semidorati, che incantano l'orizzonte piatto, qualche albero sottile come un papavero nero. E lo senti che la bicicletta non c'entra niente con quelle pietre, eppure si può volare così, come se per l'ennesima volta non esistessero Colonne d'Ercole per chi ha imparato a pedalare ovunque. Per chi ha imparato che pedalare è la sola cosa che ti porta via dal peggio e ti restituisce quello che d'importante avevi perso.
E' un tempio il Belgio. Le penitenze sono preghiere e imprecazioni mischiate insieme, recitate sui sassi. Sono pellegrinaggi queste corse. Vinci con il coraggio, perdi con il coraggio. In mezzo corrono troppe cose che non si possono definire. Conoscere ogni angolo, ogni respiro è metà del segreto. D'altronde tutti gli amori veri sono così: si può restare chiusi in una stanza al buio e recitare a memoria il colore degli occhi dell'altro. Impari a riconoscere tutto in silenzio. 
Impari a sopportare le frustate improvvise dei muur, i cambi di ritmo e il cervello sotto sopra. Impari a sopravvivere a quei gironi. E la sera, dopo che ti senti il mal di gambe fin nelle ossa, capisci che non c'è altro modo per sentire la vita scorrere davvero. 
Forse è vero che questa è una guerra, una di quelle che facciamo con noi stessi, a rompere i limiti, a spostare i nostri confini: del dolore, della sopportazione, dell'istinto. Forse è vero che bisogna essere un po' guerrieri. Anche se il ciclismo non chiede a nessuno di essere invincibile, piuttosto di dimostrare fin quanto può essere forte la fragilità. 
Avere coraggio fino in fondo, anche questo è una specie di sacrificio.

Ha paesi tranquilli il Belgio, che si addormentano lentamente sui corsi dei fiumi. Ha le vetrine illuminate di macarons e cioccolatini incartati come se fossero gioielli, come se fosse il paese dei balocchi. Ha l'odore dei campi deserti i primi giorni di primavera. 
Nessuno giurerebbe che il pavé possa diventare così cattivo, nessuno si immagina che qui il dolore possa diventare davvero il viatico per la libertà. 
Chiamalo inferno, chiamalo paradiso.  

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