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La maglia Molteni, storia di un'icona che ritorna

Direttamente dal passato, proprio come una magia, la storica maglia Molteni è tornata in pista alla Sei Giorni di Londra, un flashback emozionante per omaggiare un'autentica icona degli anni Settanta.

La storia della Molteni comincia ad Arcore, un piccolo paese della Brianza, che allora non era ancora diventato famoso per vicissitudini politiche e di altro genere. Anzi no, a dire la verità la storia comincia in una ancor più piccola frazione di quel piccolo paese fatta da quattro case perse nella campagna con l'odore delle stalle e della nebbia che sale la mattina.

Qui Pietro Molteni fa il macellaio, un mestiere crudo e senza poesia. Quella ce la mette il ciclismo nella sua vita, la sera, prima di andare a dormire, quando sogna ad occhi aperti sulle imprese di Girardengo. Passando da lì oggi forse si può persino immaginarlo, sto ragazzo che corre da un casolare all'altro in bicicletta, pensando al Giro d'Italia, tra una tappa della morte e l'altra, quelle che fan girare gli affari in tutta quella miseria, che lo fanno mettere in proprio, a farsi l'azienda sua. Molteni. Il salumificio è piccolo poi si ingrandisce, si allarga, si fa un nome. Ma Pietro che adesso è un imprenditore vuole dare un senso alla sua personale poesia: nel 1959 nasce il G.S. Molteni e con esso una delle maglie più iconiche del panorama ciclistico: color camoscio con una striscia blu intenso, quasi nero e la scritta bianca 'Molteni Arcore' sul petto.

molteni

Ma all'inizio, come tutti gli inizi, nessuno prende sul serio Pietro Molteni, specialmente quando sega in due la carrozzeria della sua Lancia per farla diventare un'ammiraglia: oggi sarebbe stata un'idea geniale per la comunicazione annoiata degli anni Duemila, allora fu naturalmente un tremendo disastro. Ma la passione sfrenata e furibonda di uno che si era fatto da solo ebbe la meglio. L'anno dopo, sotto la guida di Albani, convoca in scuderia Gianni Motta e Michele Dancelli. Uno vincerà il Giro di Lombardia, l'altro il Giro d'Abruzzo e il GP di Prato. Da quel momento comincia l'epoca d'oro della squadra lombarda fino a raggiungere l'apice con il contratto a Eddy Merckx dopo la rottura con la Faema, passando per un Campionato del Mondo e una commovente Milano-Sanremo in solitaria. La maglia blu-camoscio arriva ovunque e sono gli anni in cui si costruisce un vero e proprio mito attorno al simbolo di un'epoca. Il passaggio di testimone da Pietro al figlio Ambrogio spacca in due la storia dell'azienda ma non di certo quella del ciclismo. Se Pietro pensava a realizzare il suo sogno di ragazzo, Ambrogio sognava la globalizzazione. E in parte ci riuscì, dettando le regole di uno sport moderno.


Nel 1976 la Molteni è costretta a lasciare il ciclismo per colpa dei bilanci non più rosei come un tempo e la storia della famiglia diventa sempre più nera, fino al fallimento della ditta e alla fine di una leggenda che, come tutte le leggende, si interrompe in modo brusco e controverso. Ma in vent'anni la Molteni è stata molto più che una squadra ciclistica, quello che hanno fatto i suoi atleti con quella maglia è rimasto nella storia, come un simbolo, come un'icona chic dal fascino intramontabile che quel ragazzo in mezzo alla campagna brianzola nemmeno avrebbe immaginato. Per questo alla Sei Giorni di Londra è riapparsa come una magia, compiuta questa volta da Mario Molteni '“ figlio di Ambrogio '“ solo per amore, come succede spesso, e per aprire la strada a una fondazione che si occuperà di aiutare gli ex professionisti in difficoltà, rimasti sfortunatamente indigenti o compromessi da infortuni.
L'incanto, come ogni favola che si rispetti, non poteva essere spezzato.

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