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La scritta sul muro. Storia della Milano-Sanremo di Michele Dancelli

"W '“ D '“ C '“ E '“ L'.
E' scritto su un muro di una vecchia casa, a ridosso della strada che da Sirtori porta su, al Lissolo. Le poche lettere che sono rimaste, che non sono state staccate dall'intonaco, non sono come quelle di oggi, tracciate con la bomboletta spray. Sono spesse, dai bordi quasi quadrati, come quelle di una volta, quando usavano la vernice di carrozzeria per scrivere sui muri delle cascine. Come quando, per fare queste bravate, c'era solo un pennello.
Non è difficile immaginare che le lettere mancanti, quelle che, forse per l'umido, sono state divelte assieme all'intonaco, formavano la scritta: 'W Dancelli'.

Guardando in fondo a quella strada ci si accorge che comincia ancora a salire: dopo la curva, là in fondo, la pendenza raggiunge il dodici per cento. Proprio da quella curva, arriva un ciclista. Una freccia. Forse, dopo aver percorso tutta la salita dal versante opposto, molto più duro, torna giù per questa via. Passa veloce e poi sparisce. E quel lieve spostamento d'aria provocato dalle due ruote della bicicletta, quei piedi incollati ai pedali, riportano indietro, nel lontano marzo 1970. Milano-Sanremo.
Nomi grossi, in quell'anno, nella classica di primavera: Bitossi, Zilioli, De Vlaeminck, Gimondi e Merckx. Ma il cannibale, che aveva conquistato la precedente edizione, rimane indietro. E' il giorno di una grande fuga italiana. Infatti, a Loano, quando mancano settantadue chilometri al traguardo, Michele Dancelli, corridore di punta della Molteni, parte solo. Solo, si fa per dire, perché in questa incredibile fuga tutto il pubblico, sulle strade, è con lui. Sembra pedalare assieme al corridore, sembra sentire il suo sudore e la sua fatica. Gridano, applaudono e sperano. Sì perché erano passati diciassette anni da quando un italiano aveva vinto la Milano '“ Sanremo, nel 1953.
Pietro Molteni, sull'ammiraglia, lo incita, assieme ai direttori sportivi e al meccanico Ernesto Colnago.
'Niente rapporti pesanti' gli dicono. 'E prendi lo zucchero, altrimenti'¦
E Michele pedala. Nessun gregario lo aiuta, nessuno gli è compagno di fuga. Non c'è un uomo davanti a lui che gli dia un poco il cambio. Da solo. Con i suoi pensieri, con la sua concentrazione e con il percorso che gli corre sotto le ruote, con il vento sulla faccia. Non esiste più niente al di là di quella strada che potrebbe portarlo alla vittoria.

Dietro, sulle biciclette, tutti scalpitano. Sanno che Dancelli si allontana e vogliono recuperarlo. Sperano, inutilmente, nella collina prima del traguardo ma Michele non molla. E' arrivato e lo sa. Supera il Poggio e, sul rettilineo di via Roma, il pubblico è esultante. Tanti piangono. Ha le lacrime agli occhi anche lui quando capisce davvero che la sua fuga è andata in porto, quando capisce che, solo, sta andando verso il traguardo.
Più tardi, sul podio, dice a Nando Martinelli che lo intervista: 'sono contento particolarmente perché'¦non mi hanno mai calcolato un campione'.

E quello è stato veramente il suo giorno da campione. Il giorno che gli spettatori ricorderanno per quell'aria che si sentiva, quando le ruote della bicicletta percorrevano gli ultimi metri, quando un ragazzo con la maglia arancio e nera, passava il traguardo con il sorriso e la faccia rigata dalle lacrime. Un misto di orgoglio e di emozione.
Di tempo, da allora, ne è passato. Michele Dancelli, a trentadue anni, ha smesso di correre in biciclettaperché, da una caduta alla Tirreno '“ Adriatico, nella quale si era rotto il femore, non si è più risollevato.
Poi, piano piano, gli italiani abbandonano i loro eroi. Anche quelli che li hanno fatti sognare.

Ma questa scritta sul muro della vecchia casa, parla di lui. Del ciclismo. Fa capire come la bicicletta e chi ci corre sopra facciano parte della nostra cultura, della nostra vita. In tanti angoli di Italia che nessuno conosce ci sono incitamenti a corridori che sono negli annali della storia. Sui muretti che costeggiano le salite, sull'asfalto che porta a un Gran Premio della Montagna, ci sono incise, in un modo o nell'altro, strane testimonianze di come il ciclismo resti sempre lo sport della gente. Che commuove, che emoziona.
Trent'anni fa. Oggi. Sempre.

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