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La Tro-Bro-Leon e le sue storie di campagna

Li chiamano Ribinou, che in bretone starebbe ad indicare tutti quei tratti di strada dove non c'è l'asfalto. Sono viottoli a metà tra la campagna e il bosco, ombreggiati dagli alberi, con l'erba che cresce in mezzo, come se i trattori ci passassero e ripassassero tutti i giorni. Che quando piove fanno pozzanghere che persino il sole fa fatica ad asciugare e ci guardi le nuvole dentro, profonde e tranquille che si potrebbero navigare con quelle barchette che facevano i nonni con i gusci delle noci.

Tutte le corse sono a loro modo uniche ma ce ne sono alcune che lo sono più di altre, come la Tro-Bro Leon che ogni anno si perde nel marasma delle competizioni più importanti, visto che ha la sfortuna di disputarsi durante la Campagna delle Ardenne. I Ribinou sono i suoi sterrati sconnessi che attraversano le campagne. La chiamano in mille modi: Piccola Parigi-Roubaix o Inferno dell'Ovest, ma non assomiglia a nessuno. E' soltanto lei. 
Attraversa la Bretagna, la sua terra grezza, le campagne e le fattorie, i piccoli paesi sperduti di case tutte uguali vegliate dai cieli di nuvole pastose e inquiete, si beve tutta questa sua anima un po' scontrosa e solitaria e buona in fondo. Perché è fatta di cose semplici, tant'è che al miglior bretone in gara viene dato in premio un maialino, come si faceva una volta nelle sagre di paese. 

Damien Gaudin forse non lo sente nemmeno il fondo sgangherato di quei rubinou, forse in questo anno è stato abituato a ben peggio. Questo è davvero il suo piccolo inferno dove trovare la redenzione: un metro e novanta di passista che correva nell'AG2R la scorsa stagione. Due vittorie in carriera e le solite retrocessioni da Pro-Tour a Continental che succedono quando sei sul filo, in bilico, tra l'uomo squadra e chissà cos'altro. Poi uno non lo dice mai però ci sono cose che ti spaccano dentro, anche se sei un ciclista e sei abituato a prendere martellate ovunque. Di sicuro quei rubinou che tagliano in due la campagna di fiori gialli e distese di zolle nude fanno meno male di quella solita sensazione di sentirsi al posto sbagliato, di aver fatto così tanta fatica per raccogliere niente. Fanno meno male di quei momenti in cui ti senti fuori da tutto, fuori dai giochi, fuori da te stesso.
Ma questa non è una corsa come le altre. Non importa se il fiato del gruppo è tanto vicino che lo puoi avvertire, non importa se in fuga con te a contare i secondi c'è un velocista e sulla carta sei fregato. E' proprio lo spirito ancestrale di questa terra a dirti quello che i contadini sanno da generazioni: tutto quello che semini poi lo raccogli. Che a volte non ci credi, come se fosse uno di quei voli di corvi in cui si dice di vedere il futuro, eppure ci sono pomeriggi così, dove non sai più dove metterla la felicità di una rivincita. 
Non credevo fossero così azzurri gli occhi di Damien sotto gli occhiali che ha tenuto per tutta quella fuga, per tutti i ribinou polverosi e secchi. Sono così azzurri su quella faccia scura di terra bretone che gli si legge tutto quanto per intero. Non vedevo da anni una vittoria così sincera.

Chissà se le cose belle arrivano quando meno te le aspetti o quando le insegui persino quando la ragione ti dice di lasciar perdere. La campagna bretone dell'ultimo pomeriggio non ci prova neanche a rispondere alle domande, forse questa volta non serve. Insegna la pazienza, quello sì, il silenzio delle albe a rivoltare la terra, aspettando un segno. Un po' come fa il ciclismo.   

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