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La valigia

Maglie stropicciate, carte, biglietti del pullman, del treno, scontrini, jeans alla rinfusa. E' la mia valigia quando torno a casa, un groviglio che si porta addosso tutto quello che ho vissuto in quei giorni. Le cose sono le stesse che ho portato via ma chissà come mai, al ritorno, non stanno più in quella scatola con le ruote. Succede spesso, penso succeda a tutti, una volta o l'altra o tutte le volte. Quando torniamo da un viaggio, eterno o breve, non abbiamo più lo stesso ordine mentale. A volte ce ne accorgiamo, altre no. A volte c'è solo qualche piccolo pensiero spostato di un cassetto che basta a diventare un ossessione. Altre c'è una confusione che ci rende impassibili e in realtà siamo solo aspettando il momento giusto per ricominciare da capo. Niente sta più come prima.

Una stagione ciclistica è un viaggio. Senza se e senza ma. Ogni luogo dove le biciclette passano o si fermano diventa una meta e quello che c'è attorno acquista senso. E' un diario che si può scrivere ad occhi chiusi, ascoltando i rumori e annusando gli odori.
E ora che è finito, almeno per quest'anno, mentre chiudo la valigia mi accorgo che davvero non ci sta più niente. Troppe cose mi porto via di questi mesi. Cose piccole come quei souvenir improvvisati che mettiamo in tasca quando vogliamo ricordare un momento, un luogo, un brivido. Sassi, elastici, forcine. Ora che viene l'autunno mi rimangono in tasca frammenti di dialoghi, rumori di tacchetti, bambini che chiedono borracce, nonni che guardano per ore la lista dei partenti spulciandola con il dito tremante, profumi delle divise pulite, occhi lucidi di stanchezza. Manciate di cose che mi impediscono di chiudere questa valigia. E un po' forse non ci sto nemmeno più io. Perché il ciclismo ti plasma, come ti plasma la fatica. Ho consumato le suole delle mie scarpe preferite contro l'asfalto di tutta la strada che ho percorso per raggiungere un arrivo o un passaggio. Ma ho anche consumato un po' tutti i miei angoli, li ho smussati, ho cercato la parte più grezza e autentica di me. Il ciclismo è uno sport che ti spoglia. Dalle inutilità, dalla banalità, dal guscio.
Niente ci sta più in questa valigia. Non è da chiudere, forse bisognerà comprarne una più grande. Intanto nulla va stirato, riordinato. O forse riordinato sì, come fanno i ragazzini con tutto quello che trovano e infilano nei loro cassetti, nei loro armadi. Lo facevo da bambina e a volte ho ancora adesso la tentazione di accumulare cose per ricordarmi di tutto. Per fortuna c'è la testa. Perché certe voci, certe intonazioni, certi profumi non si possono scrivere. Si può tentare di cercare le parole giuste. Ma non saranno mai uguali. Ed è giusto, è il destino, altrimenti finirebbe tutto. Cercare fa parte del nocciolo, è la partenza di tutti i viaggi.
Questo è uno sport che non sta mai fermo e le nostalgie, anche se intense, durano un attimo. Questo è uno sport dove più delle vittorie contano i percorsi, le strade. Intricate, troppo in salita o troppo in discesa, diritte o piene di curve. Ecco, anche questo rimane. La mappa dei chilometri segnati in rosso. Sulla carta sembrano solo linee, forse in scala sembrano persino brevi. Ma noi lo sappiamo cosa sono stati davvero: le corse in macchina alle prime ore del mattino sulle autostrade semi deserte per arrivare in tempo ad una partenza, il fango sui vestiti dopo le piogge di una primavera matta, le ore ad aspettare la corsa accanto ai compagni di viaggio, quelli di sempre o quelli improvvisati, le storie ascoltate.

Eccolo il nostro bagaglio pieno mentre la stagione muore. C'è chi il futuro del ciclismo lo vede nero. Ma la bicicletta è un mezzo di libertà, con due ruote è più facile uscire dal tunnel. Molti programmi e nessun programma per quando questo inverno sarà passato. Solo immensa voglia che questo viaggio continui a farci sentire liberi. Libera la testa, libere le emozioni. Essere sé stessi sulla strada che abbiamo scelto è forse il solo modo di arrivare dove abbiamo sempre voluto.

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